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Estate 2005: Siberia centro-orientale I numeri del viaggio: Milano-Mosca (aereo) km 2700 Mosca-Khabarovsk (aereo) km 8520 Khabarovsk-Seryshevo (treno) km 680 Seryshevo-Sivaki (treno) km 150 Sivaki-Neryungri (treno) km 550 Neryungri-Yakutsk (pulmino) km 770 Yakutsk-Neryungri (pulmino) km 770 Neryungri-Khabarovsk (treno) km 1300 Khabarovsk-Mosca (aereo) km 8520 Mosca-Milano (aereo) km 2700 Totale: 26660 km Ancora Khabarovsk, dalnyj vostok In un’afosa mattinata estiva nella troppo operosa provincia varesina, ricomincio a tessere la trama della saga che mi porterà a visitare ancora una nuova porzione della maestosa Siberia. Ormai la preparazione del viaggio ha acquisito un tono quasi di routine e mi basta uno sguardo ai fogli su cui ho già annotato, dopo anni di esperienza, tutto quello che potrà servirmi per tranquillizzarmi e prendere definitivamente coscienza del fatto che finalmente sono ancora una volta in partenza. I vari indumenti ed oggetti già pronti in camera mia scivolano uno dopo l’altro nei due zaini, che mi faranno compagnia per trenta giorni a diecimila km da casa, ognuno portando con sé una dose di emozione, fino a rendere il ventre colorato degli zaini stessi gonfio di nomade entusiasmo. Lo stesso entusiasmo che si sprigiona dal mio corpo prima di ogni partenza, quello che è necessario per superare tutte le difficoltà che ci saranno e che da subito mi serve per sopportare la prima lunga parte del viaggio: infatti da qui alla mia prima tappa le lancette dell’orologio danzeranno insieme quarantotto volte! Tante sono le ore ininterrotte di strada che mi separano da Seryshevo, nella Russia orientale. Tutto procede come da copione, ormai grazie all’esperienza accumulata lungo questa tratta mi sento più sicuro e ciò rende un pochino meno stancante gli spostamenti per gli aeroporti e durante i voli stessi. Certamente in questo frangente mi manca però quell’emozione legata all’imprevisto, alla novità ed alle sensazioni di libertà che solo un viaggio verso un luogo nuovo e sconosciuto può regalare, ma ci sarà il tempo per inseguire quest’emozione in altri momenti nel corso del mese che passerò lontano da casa. Dopo amenità quali code snervanti in aeroporto, check in, ritiro bagagli e controllo dei documenti, noiose procedure intervallate solo dal breve intermezzo dell’incontro con la pallavolista russa Gamova (è alta forse qualche cm più di me!) a Mosca, sbarco a Khabarovsk e mi sento ad un passo dalla mia prima destinazione, anche se mancano ancora più di dodici ore di treno. Questa volta decido di fare economia e non cerco un tassista ma l’autobus che conduce dall’aeroporto alla stazione, ci metterò più tempo e sarò costretto a sorreggere i miei bagagli sul mezzo pubblico affollato, però ho tutto il tempo che voglio prima della partenza del treno. Mentre occupo un sedile sporco e lacerato sull’autobus numero trentacinque, piego e infilo in tasca il biglietto del treno che ho già comprato in un apposito ufficio dell’aeroporto; intanto rido ricordando tutto lo stupore della signora che me lo ha venduto: “cosa ci va a fare un italiano a Seryshevo?” mi ha infatti chiesto al momento della vendita, ecco che ricomincia la storia infinita della gente che laggiù mi guarda come un oggetto misterioso. Certo capisco che in certi paesini tagliati fuori dal mondo la presenza di stranieri possa sembrare perlomeno insolita agli occhi di chi vive li da sempre e non si è mai spostato, ma in una grande città come Khabarovsk mi aspetto un’apertura mentale maggiore, almeno che comprendano la possibilità di voler viaggiare e visitare posti fuori dalle solite rotte turistiche….ma forse ho sbagliato persona, dato che la signora in questione si affretta anche a dirmi di essere stata in Italia, a Rimini, dice che l’Italia è bella e non comprende come un ragazzo di quella terra possa interessarsi della Siberia. Una folla rumorosa e caotica affolla la piazza di fronte alla stazione, mi faccio largo tra i passeggeri dell’autobus, carico gli zaini sulle spalle e salgo le scale fino alla sala d’attesa. Devo aspettare ancora più di tre ore per la partenza del mio convoglio, cosi inganno il tempo osservando i locali rinnovati della stazione e la lunga serie di binari che si affacciano sotto le finestre della sala in cui mi trovo. Come avevo già avuto modo di notare a febbraio, rispetto a dodici mesi fa l’edificio in cui mi trovo è tutto un’altra cosa: i grandi lampadari ricordano la metropolitana moscovita, l’interno della stazione è pulito e candidamente pitturato, ci sono anche delle colonne decorative, che però mi impediscono di leggere il tabellone luminoso! Dai finestroni vedo il sole che irraggia obliquamente i binari e con la scia dorata dei suoi raggi ne infiamma l’acciaio e scalda vagoni immobili, fermi nell’attesa del fischio di una locomotiva. Sullo sfondo, ai margini della città, il mio sguardo arriva a scorgere il profilo di una centrale nucleare che emette vapore dal suo grande “camino”. Sulla transiberiana Finalmente arriva il momento della partenza del treno, il solito, quello che avevo rischiato di perdere a febbraio, ma oggi il tabellone c’è e funziona, quindi mi presento al binario giusto ed in tempo utile per una salita senza affanni. Il vagone è platskartnyj, ormai ho abbandonato l’abitudine di viaggiare nelle cuccette del kupe e desidero anche risparmiare di più sfruttando appunto i viaggi con questa sistemazione. Durante questa vacanza in Russia poi, per spendere il meno possibile, scoprirò anche le amenità dei vagoni obsche, veramente “pittoreschi” e scomodi, ma in cui il biglietto costa ancora meno. Appena salito cerco il numero corrispondente al mio posto e purtroppo si verifica quello che temevo: è una delle sistemazioni più scomode e fastidiose, si tratta del posto superiore e parallelo al corridoio, dove si è perennemente disturbati dall’andirivieni delle persone e in cui non è possibile distendere le gambe poiché le estremità sono chiuse. Invece sui sedili-letti perpendicolari al corridoio è possibile, per le persone di alta statura, distendersi fino a far spuntare i piedi nel corridoio stesso, obbligando chi passa di notte a veri e propri slalom tra piedi maleodoranti. Va bè, penso, tra “solo” 14 ore sarò arrivato, posso tranquillamente digerire un’altra scomoda notte. Precisissimo come al solito il treno numero 325 Khabarovsk-Neryungri si avvia verso ovest alle 20.46 ora locale; di fronte a me siede un giovane dal viso intervallato da cicatrici con cui divido il tavolino usato come poggiagomiti. La carrozza, come sempre, mostra tutti i suoi anni anche se la provodnitsa si adopera nella pulizia e nella riparazione di piccoli guasti quali quelli alle serrature dei bagni. All’imbrunire decido di stendermi alla meglio nel mio lussuoso giaciglio superiore, sperando di non essere disturbato dal più feroce e fastidioso frequentatore di questo treno: le zanzare! Infatti il zanzara express (nomignolo con cui ho ribattezzato questo convoglio) viaggia in zone intrise dalle acque di acquitrini, fiumi, paludi, pozze, stagni e capita frequentemente che i vagoni ospitino, in numero più o meno consistente, i piccoli e pestiferi insetti succhiasangue che adorano ronzare nelle orecchie di chi dorme profondamente. Nel complesso la notte passerà decentemente, anche se le visite al bagno confermano la veridicità del nomignolo che ho affibbiato al treno, poiché in quello sgabuzzino maleodorante si ammassano odiose tutte le zanzare che durante le soste vi penetrano, attraverso il finestrino lasciato aperto, attirate dalla luce. Il mio volto e le mie braccia recheranno ancora il giorno seguente le tumefazioni derivanti dalle punture. Finalmente arriva anche l’alba dell’ultimo giorno di viaggio, accolta da un risveglio comatoso e piuttosto prolungato, che mi accompagna fino ad un paio d’ore di strada dalla mia destinazione, tempo che passerà molto lentamente, in una sorta di noia esistenziale. (ri)Ecco Seryshevo Non resisto per l’incalzare dell’emozione e già dieci minuti prima della fermata sono pronto, zaini in spalla, davanti alla porta del vagone che di li a poco si spalancherà per proiettarmi nell’abbraccio dei miei amici. Mi rendo conto dell’irrazionalità del mio atteggiamento, ma come ogni volta tutto il mio corpo è scosso da tremiti derivanti dall’ansia dell’incontro con persone che non vedo da mesi, oltretutto in una terra cosi lontana dal luogo in cui abito. L’orologio segna le 9.22, un minuto ancora e ci sono, i freni del lungo serpentone metallico iniziano a stridere e lentamente la velocità diminuisce…stop! La provodnitsa spalanca lo sportello e mi getto giù sulla massicciata, infatti il treno è cosi lungo che le ultime carrozze si fermano oltre il limite della banchina e devo arrangiarmi a camminare tra i sassi assieme ad altri passeggeri che spingono per raggiungere più in fretta la piattaforma di cemento. Intravedo chi mi sta aspettando, ma oberato dai pesi che mi porto addosso decido di non affrettare l’andatura, ci abbracciamo e subito scorgo tra le facce conosciute due nuove persone che non conosco, saranno il tassista ed un suo amico, mi prendono i bagagli e ci avviamo al taxi. La mia ipotesi si rivela infondata, infatti causa la solita disattenzione locale non mi hanno presentato Vitalij, papà della ragazza che presto diventerà moglie del mio amico Maxim, e Igor, amico di un membro della famiglia, che ora vive con i miei amici (i nomi sono di fantasia). Ci presentiamo quando vedo che il tassista ci sta in realtà aspettando in stazione e dunque capisco che loro non potevano essere altro che parenti o conoscenti della famiglia che mi ospita, venuti a prendermi al treno. Vitalij è un “personaggio” e diverrà un altro amico con cui passare divertenti giornate, anche se un po’ particolari…Igor è simpatico, ma vive una vita tutta sua e che forse vorremmo anche tutti noi assaggiare almeno una volta, per uscire dagli schemi che ci siamo imposti. Viveva a Pietroburgo, da poco si è presentato qui e si è fatto ospitare in questa famiglia in cui ha un amico; non lavora e mi dicono stia cercando un sistema per farsi passare invalido e percepire la pensione per il resto della vita, intanto ha conosciuto in questo paese una donna che vive sola con la figlia avuta da un precedente matrimonio e si è subito trasferito da lei, che per ora rimane ignara del fatto che ad ovest Igor ha moglie e due figli…Un modo di vivere la propria vita. A casa mi aspetta un’abbondante pranzo a base di tutti i vari piatti che si preparano spesso qui, dalle insalate di patate, riso, pasticciate, ai ravioloni ripieni di carne, patate, fagioli, cavolo. Sono due giorni che, causa mancanza di pecunia, mangio praticamente solo quello che viene offerto durante i voli aerei, cioè cibo plastificato, quindi mi tuffo letteralmente nel cibo fatto in casa con una voracità che lascia un po’ perplessi i presenti, ma pienamente comprensibile per il digiuno sopportato. Nei giorni seguenti mi immergo ancora una volta nei ritmi di vita di questo paesotto di campagna, che sono nettamente in contrasto con le abitudini varesotte a cui sono forzatamente condannato durante l’anno. Devo dire che, dopo aver frequentato un po’ di volte questi luoghi, mi assilla una domanda nella testa: come sarebbe effettivamente vivere qui? Con il passare del tempo prendo sempre più consapevolezza dei pregi e difetti che riserverebbe il vivere qui rispetto alla Lombardia, anche se, per un giudizio definitivo, occorrerebbe immergersi nella vita quotidiana della Russia orientale per almeno uno o più anni interi. La quasi assoluta mancanza di vivacità di vita culturale mi spaventa, accompagnata dal quasi nullo interesse verso mezzi e fonti di comunicazione vari e più indipendenti. Questa dimensione culturale mutilata mi mette a disagio, come si potrebbe vivere qui e sapere poco o nulla di ciò che accade nel mondo? E con chi potersi relazionare per discutere di qualcosa di più profondo delle condizioni atmosferiche, delle condizioni dell’orto o dei problemi di lavoro? Con questo non voglio assolutamente infondere una errata convinzione che porti a considerare la popolazione ottusa o priva di interessi culturali, ma semplicemente denotare uno stato di fatto, che è influenzato pesantemente da fattori economici e materiali. Ad esempio sarebbe possibile, disponendo di un pc, collegarsi alla rete e dunque aprire un’importante finestra di comunicazione-arricchimento-scambio con il mondo, però questa possibilità è fortemente minata dalle condizioni della linea telefonica, che rende difficoltose le comunicazioni, almeno nei piccoli centri come questo. Inoltre si devono sicuramente aggiungere le difficoltà economiche, che compromettono alla radice le occasioni di poter investire nella cultura, invece che nelle necessità della vita di tutti i giorni. C’è anche un aspetto prettamente sociale, penso influenzato sia dalle recenti condizioni socio-politiche di chiusura in cui si viveva in Russia fino a quindici anni fa, sia da una differente concezione della vita, dell’approccio ad essa e da altre peculiarità che ogni popolazione possiede e che certamente personalmente non posso ancora comprendere fino in fondo, poiché ho un’esperienza pur sempre limitata di relazione con la gente di queste terre. È in quest’ottica di ricerca di una nuova percezione della vita, di un nuovo senso da dare a ciò che incontro qui, di sforzo di comprensione, che durante la mia nuova visita passeggio per le strade semi deserte sforacchiate dalle intemperie e dall’incuria, mi fermo ad osservare la linea diritta fino a perdita d’occhio della ferrovia, le stelle solo qui brillantissime nel cielo notturno con occhi e spirito nuovi. Il nocciolo della questione ritengo si possa ridurre a questo: tutti gli ambienti del mondo sono affascinanti, belli, interessanti, sia dal punto di vista naturale che antropologico, ma lo sono solo per gli occhi del turista-viaggiatore o lo sono anche oggettivamente? E quali sono i criteri per una, se possibile, “classificazione” ? Mi perdo nei meandri di considerazioni a cui capisco che forse possiamo dare una risposta solo soggettiva e caso per caso. Ma stoppiamo ora le derive metafisiche personali e concentriamoci sulla realtà! Nei primi giorni di riposo dopo il viaggio mi godo il sole russo estivo passeggiando per le strade, spesso senza meta, a volte con scopi precisi, come per recarsi all’ufficio di polizia per la registrazione del visto. Uno dei luoghi che mi regala una maggiore sensazione di piacere, anche se non ne comprendo le ragioni, è quello che definisco il “parco”. Si tratta di una porzione quasi quadrata di bosco, di circa 200 m di lato, lambita tutt’intorno dall’asfalto malato di strade disposte a scacchiera, composta da alberi caduchi che si ergono nel tratto di cammino tra la casa e la dacha della famiglia che mi ospita. Semplicemente mi pare un delizioso avanzo di bosco incastonato in paese, come una pietra estremamente preziosa fissata ad un anello di un supporto di metallico qualunque, in pratica un angolo di purezza in mezzo alla decadenza. Su di uno dei suoi lati si trova la “casa della cultura”, che ho sempre visto chiusa, dove dicono si impari anche a cantare. Un paio di sentieri di terra battuta scura, attraversati dalle nodose radici dei grandi alberi, portano dalla parte opposta fino alla torre dell’acqua e alla pompa da cui chiunque può attingere. Sotto le fresche fronde verdi riposa e pascola perennemente un piccolo gregge di capre lasciate libere, appartenente a famiglie che risiedono nelle abitazioni immediatamente confinanti con questo “parco”; ogni tanto le capre si concedono delle gite, percorrendo le strade tra le rare auto e spingendosi fino alle porte di altre case. Nel primo pomeriggio è facile vederle accoccolate all’ombra dei portoni delle dache, in vari anfratti anche nei condomini dei loro nuovi temporanei padroni, mentre oziano, aspettando che la calura diminuisca, in attesa di tornare alle dimore dei loro veri proprietari. Superstizioni Un giorno mentre mi dirigo verso il “parco” con Nastia, ci imbattiamo in due vecchie che trasportano altrettanti secchi e camminano perpendicolarmente rispetto a noi. Quando stiamo per incrociarci vengo afferrato per la mano e trascinato davanti a loro, per proseguire dritti sulla nostra strada senza intersecare i nostri passi…che succede?? Riusciamo cosi a passare appena prima delle vecchiette, rimango completamente stupito del gesto e chiedo spiegazioni: pare che porti male passare dietro a delle persone che trasportano secchi, pertanto bisogna cercare assolutamente di tagliar loro la strada per transitare prima del loro passaggio!?! Resto allibito, nemmeno con i gatti neri da noi si arriva a tanto. Approfitterò dell’occasione per fare qualche domandina sulle superstizioni più popolari e scopro che più o meno sono le stesse che abbiamo qui in Italia: gatto nero, non passare sotto la scala, non rovesciare il sale a tavola, ecc., ma con alcune peculiarità. Ogni volta che si parla di una malattia e facendolo si indica una parte del corpo o si fa anche solo un’allusione ad un male fisico, bisogna sfregare la mano sul punto in questione e poi volgere il palmo verso l’alto e “soffiar via” il male. Purtroppo ora non mi sovvengono tutte le superstizioni di cui sono venuto al corrente, ma ce ne sono abbastanza. Una delle mie tappe obbligate è la visita alla polizia per le formalità riguardanti il visto; ormai mi conoscono ed io conosco loro, mi sento a mio agio nel varcare la soglia dell’ufficio e quasi vorrei salutare le impiegate ed il ragazzino in divisa che mi attendono gracchiando un “ué” come nel più classico dei miei saluti agli amici. È meglio mantenere le distanze, però, penso e cosi sorrido e sfodero il repertorio dei saluti formali in russo. Spesso trascorro il tardo pomeriggio nella dacha, che d’estate è un tripudio di ortaggi, verdure, frutti. Quasi tutti coltivano quello che riescono in un appezzamento di terreno che può essere più o meno vasto, tanto lo spazio non è un problema e l’acquisto di un metro quadro di cara vecchia terra non presuppone una vita di lavoro come in Europa. In questa dacha si coltivano: cavoli, zucchine, angurie, meloni, pomodori, patate, cipolle, cetrioli, carote, fagioli, aglio, frutti di bosco, e sicuramente dimentico qualcosa. Tutto è lasciato all’amore della natura, nulla viene innaffiato, le piante crescono rigogliose e regalano abbondanti e saporiti frutti che devono solo essere raccolti. Le patate sono generalmente le reginette degli orti, si trovano ovunque e se ne consumano in grandi quantità ed in tutte le modalità. Raccogliendo ogni giorno un diverso frutto della terra, inginocchiato nella terra intento a scovarlo tra radici, insetti ed erbacce, percepisco l’intrinseco incanto e la serenità del legame bucolico con la natura che la nostra civiltà avanzata ha pressoché cancellato, almeno nei grandi centri urbani, a favore dell’acquisto di cibo plastificato negli iper-giga-ultra mercati. Va bè per fortuna abbiamo gli alimenti biologici adesso… Ma la soddisfazione di addentare un’anguria grande e succosa cresciuta nelle viscere del mio giardino è un qualcosa di irrinunciabile. Quest’anno trovo anche un maiale chiuso in un recinto fetido, ingrassato con erbe e qualsiasi tipo di rifiuto organico della famiglia. La sua ora scoccherà a dicembre. A pochi metri dal truogolo dell’unghiuto sbuffa il comignolo del banya, che, come l’ultima volta, mi attira e mi spaventa allo stesso tempo, e da cui esco sempre con la testa e gli occhi bolliti. Un punto per me inconcepibile di questo paese, una sorta di buco nero della ragione, è il posto di blocco dell’esercito su una strada apparentemente normalissima e sita in un quartiere “residenziale”. Due grossi blocchi di cemento sbarrano la strada alle auto in entrambe le direzioni della carreggiata, obbligandole a rallentare, inoltre a metà dei blocchi sono sempre presenti due o più soldati in divisa che scrutano i veicoli in avvicinamento e decidono chi fermare e chi no. Uno dei soldati impugna una leva che serve ad azionare un tubo di ferro, lungo come tutta la strada e posto appena sotto l’asfalto, che è dotato di spuntoni appuntiti per squarciare le gomme di chi volesse tentare di passare senza permesso. Forse queste precauzioni hanno qualche legame con la “Casa degli ufficiali” che si erge proprio di fronte a questa strada, ma francamente non ne comprendo il motivo. Anche gli abitanti del luogo non sanno dare spiegazioni in merito. Comunque va rilevato che l’esercito gode di grande popolarità e considerazione, perlomeno come opportunità di lavoro per i ragazzi; infatti tutti ripetono che l’esercito paga bene ed è ambito sistemare per tutta la vita il proprio corpo all’interno di una divisa. Vengo anche a sapere che alla fine del rapporto di lavoro con l’esercito lo stato russo garantisce una casa per la vecchiaia ad ognuno dei soldati od ufficiali, una specie di liquidazione “edile”. L’esercito, direttamente o indirettamente, garantisce ancora molti posti di lavoro e questo deve rendere ancora accattivante l’immagine del soldato. Non tento nemmeno considerazioni di ordine etico (qualunque esercito al mondo serve per uccidere, sia in attacco che in difesa) con la gente del posto, poiché so che non possono capire tutti ora, ed anche che non possono permettersi di capire quanti dipendono dalle attività militari per mangiare tutti i giorni. Ancora più frequentemente che a casa qui mi diletto a cucinare, ma molto più a lungo ed anche più volte al giorno. Essendo l’autoproduzione un aspetto importante della vita quotidiana, ne deriva il fatto che si passa molto più tempo che da noi in cucina a preparare le pietanze da ingurgitare. Il tempo a disposizione per destreggiarsi tra pentole e fornelli è molto maggiore del nostro, non esistono i surgelati già pronti da scaldare in 5 minuti. Lo “chef” si occupa infatti di tutta la serie di incombenze necessarie per arrivare al “piatto finito”, dalla raccolta della materia prima nell’orto, affiancata dall’acquisto di alcuni prodotti di base in negozio, alla vera e propria realizzazione dei manicaretti. Possono essere necessarie anche due ore per passare attraverso queste fasi. Inconcepibile per i frenetici ritmi di vita dei business-men. La volta più divertente? Sicuramente cucinare i “vareniki”, enormi ravioloni di pasta dal cuore gonfio di patata, fagioli, cavolo o di ciò che suggerisce la fantasia del cuoco. Mischiando farina, sale ed acqua si realizza una lunga treccia di pastella che va poi tagliata in piccoli cilindri di 4 cm circa di lunghezza. In seguito si spiattellano questi cilindretti fino a farli diventare tondi, piatti e larghi come un palmo della mano. Infine si prende l’impasto (patata, fagioli schiacciati, e chi più ne ha più ne metta), lo si colloca al centro e intorno ad esso si chiude a mò di raviolo stringendo la pasta con le dita, quindi devono solo cuocere ed essere mangiati conditi da un’orgia di burro e maionese. Alcool-lassati Piccoli pezzi di vetro colorato, ultimi resti di ciò che un tempo erano bottiglie, cospargono strade, marciapiedi, sentieri, boschi. Un giorno esco di casa nel primo pomeriggio e vedo un cadavere sdraiato in terra sul marciapiedino del condominio di fronte, mi avvicino un po’ e mi dicono che è solo un ubriaco fradicio svenuto o che voleva dormire e si è sdraiato a terra dove capitava. È rivolto a pancia in su e russa, dai vestiti sbiaditi un po’ sollevati sul dorso si può intravedere la pelle che si gonfia ritmicamente ad ogni respiro. Tipico esemplare di “Alcoollassato”. Dopo esserci stato un po’ di volte, posso affermare che in Russia l’alcolismo è veramente una piaga sociale. Una vacanza non rende esattamente l’entità del fenomeno, nemmeno due, bisogna pian piano entrare nel tessuto sociale del paese e conoscerlo da vicino, chiaramente attraverso la conoscenza di gente del luogo le opportunità per una migliore comprensione aumentano. Un pomeriggio mi dirigo alla dacha cosi, giusto per vedere chi si trovasse là; entro e non sento rumori, nessuno in giro, apro la porta e trovo il mio amico Vitalij visibilmente ubriaco, a petto nudo e senza occhiali, che inizia a parlare a raffica senza darmi la possibilità di capire nulla! Già risulta estremamente difficile capirlo in condizioni normali, ora poi biascica metà delle parole e le altre se le mangia, quindi non posso far altro che dire sempre si a tutto, di modo che anche lui sia contento. Mi abbraccia innumerevoli volte e dice che sono proprio una brava persona e gli fa piacere averlo conosciuto, naturalmente ricambio i salamelecchi e tutte le cortesie. Ora capisco perchè la dacha è deserta, probabilmente chi si trovava li se ne era andato, stufo di dover sopportare i discorsi di una testa in preda al delirio alcoolico. Per quanto mi riguarda la situazione non mi disturba, tanto essendo in vacanza non ho impegni o cose da fare e posso trattenermi un po’ qui. Intanto capisco a cosa sia dovuta la sbronza, infatti in cortile noto il congegno per la distillazione del samagon, micidiale sorta di wodka fatta in casa, che è stata preparata per le nozze di settimana prossima…e qualcuno doveva pur assaggiarla per tastarne la qualità no? Ecco tutto spiegato. In qualche giorno di vacanza è già la seconda volta che alla dacha trovo gente ubriaca, era già avvenuto infatti proprio il primo giorno, appena arrivato, ma allora gli ubriachi erano tre. Sottofondo di canzonette commerciali russe, caldo afoso nelle stanze, silenzio a volte inquietante per la strada, alcool nello stomaco e nella testa. Gli uomini russi spesso si sbronzano, è un dato di fatto, come in Marocco gli uomini fumano erba ed in Iran fumano oppio. E da noi si va di calcio, secondo alcuni il vero “oppio dei popoli”. Esco dalla dacha dopo aver promesso una gita a Sorrento al mio amico Vitalij! Si, Sorrento è uno dei luoghi che conosce dell’Italia, poiché questa città è menzionata in una canzone italiana che conosce, “Santa Lucia”, e che insegna a suonare alla scuola di musica del suo paese…essendo un maestro di fisarmonica. Personalmente non l’ho mai sentita, ma non amo la musica. Ed eccomi libero a girovagare per le strade. Generalmente sono sterrate,sassose e sempre polverose; ai lati ornate da due file di erba alta incolta che a loro volta fiancheggiano due viottoli fangosi per i pedoni. Le rare auto sollevano piccole nuvolette di polvere che ingrigiscono gli steli verdi delle piante vicine alla carreggiata. Completano l’arredamento “urbano” file scheletriche di steccati malridotti, marci o tenuti insieme da filo spinato, che delimitano le proprietà. Le abitazioni costruite entro questi lugubri recinti sono di legno, piccole e con i soffitti davvero bassi; alcune si presentano con colori vivaci e più curate di altre nella loro esteriorità, le altre sono di solito del colore del legno spento, sbiadito dalle intemperie, bruciato dal sole d’estate e minato dal ghiaccio e dalle intemperie della stagione fredda. Questa è la Russia che si estende per migliaia di km e che è solo punteggiata qua e là dalle grandi città che interrompono l’eterno susseguirsi di dache, orti e villaggi delle campagne, città che costituiscono una dimensione diversa e lontana dalla normale vita serenamente monotona e tranquilla della gran parte del territorio. Il matrimonio Una settimana dopo il mio arrivo è previsto il matrimonio del mio amico Maxim. Non so ancora cosa aspettarmi esattamente da un matrimonio russo, ma fra poco lo scoprirò. Ci si può sposare solo di sabato, in un apposito ufficio dell’amministrazione, previo appuntamento concordato. Non esiste una forma di celebrazione religiosa, almeno nei paesi di campagna e per quello che ho visto personalmente. Non ci sono chiese visibili. Le città di queste zone sono quasi tutte state fondate negli anni trenta, quindi era utopia pensare alla costruzione di edifici religiosi. E poi sono quasi tutti atei. In questo le strategie sovietiche hanno funzionato in una maniera vicina alla perfezione. Nei giorni precedenti il sabato delle nozze la tensione in famiglia è palpabile, una tensione logistica, poiché infatti tutto dovrà essere fatto ed organizzato dalla famiglia, oltre alla normale giornata lavorativa quotidiana. Manca il tempo ed un adeguato numero di persone ad aiutare, ma tutto verrà portato a termine. Essendo un nullafacente in vacanza, mi toccherà una buona dose di incombenze, che mi lasceranno una stanchezza prolungata. Tralasciando le scorribande nei giorni centrali della settimana per recuperare tavoli e sedie dai parenti, da portare alla dacha per sistemare la sala del pranzo, concentriamoci sui preparativi imminenti, cioè delle ventiquattro ore precedenti le nozze! Il giorno prima del matrimonio lo sposo si reca al lavoro come sempre, e al termine della giornata dovrà “solo” iniziare a mettere a punto quasi tutto il necessario per il giorno dopo. Ovviamente sono coinvolto e non posso che offrire tutto il mio aiuto per la buona riuscita del giorno più bello (più massacrante) della giovane coppia. Iniziamo con una pulita generale della dacha: via tappeti, cane, gatti, erbacce. È già sera! Non ce la faremo mai, infatti dobbiamo ancora semplicemente cucinare tutte le pietanze per una trentina di invitati per il giorno dopo…via a testa bassa e a pieno ritmo. Fase uno: ritirare circa dieci chili di carne di pollo surgelata nel freezer della casa di amici ad un km di distanza da coprire a piedi, tornando con il carico portato a mano dentro una borsa da palestra. Fase due: spezzare i volatili ghiacciati in pezzi più piccoli pronti per essere bolliti, il tutto in modo alquanto pittoresco con l’aiuto di soli due normalissimi coltelli da cucina e…una grossa chiave inglese. La carne non troppo ghiacciata bene o male si riesce a dividere con la lama, ma quando si tratta di spezzare l’osso diventa quasi impossibile. Ruscelli di sudore scivolano lungo la mia schiena mentre sbuffo nel tentativo di dividere le ossa di qualche maledetta gallina gelata. La lama del coltello ondeggia paurosamente rischiando di spezzarsi e se nemmeno con un colpo netto del palmo della mano sul coltello si ottengono risultati, bisogna ricorrere all’arma segreta: un colpo potente della chiave inglese sul coltello che per la pressione subita taglierà l’osso. E cosi avviene spesso. Non avevo mai pensato che una chiave inglese potesse tornare utile in cucina. Per la fretta e la quantità di polli seghettati mi si lacera la pelle sotto due dita della mano destra e mi cresce un bitorzolo sul palmo, dove colpisco per spezzare la carne. Sono stravolto. Sto preparando il pranzo di nozze, quasi non ci credo. Ma non è finita, adesso bisogna affettare finemente i cavoli per le insalate. Altra ora abbondante e il sole è tramontato da un pezzo. Dulcis in fundo devo pelare qualche secchio di patate. In Italia la sera prima del matrimonio non si fanno queste cose vero? Arriva comunque il momento di tornare a casa a dormire, alla dacha torneremo domattina presto per cucinare tutto quello che è stato preparato. Il tempo di trascinarsi a casa, guardando per strada l’orsa maggiore di striscio, non ho infatti la forza di sollevare lo sguardo a lungo, lavarsi e buttarsi a letto e mi accorgo che l’orologio segna le 02.30 e alle 06.00 devo svegliarmi per correre ancora ad aiutare. La parte comica è che non si sa neanche bene quanti parenti della sposa arriveranno, quindi c’è il rischio di cucinare per eccesso o per difetto. Il libro Un libro azzurro e bianco di circa duecento pagine sfogliato freneticamente nei giorni e nelle ore precedenti la cerimonia. È intitolato “Nozze del ventunesimo secolo” e contiene tutte le informazioni per un corretto svolgimento del matrimonio. È qualcosa di maniacale che fatico a comprendere. Sono elencati tanti possibili formulari da recitare prima e dopo la cerimonia vera e propria e viene preso molto seriamente da tutti, che cercano di seguire e portare ulteriori consigli, idee, suggerimenti. Oltre alle frasi fatte viene dato ampio risalto alle azioni ed ai gesti tradizionali da mettere in pratica il giorno delle nozze. Cosa deve fare o dire lo sposo, la sposa, i parenti, ecc. Non avevo mai assistito a nulla del genere, è completamente diverso da quanto sono abituato a vedere. Sinceramente, però, tutta la giornata dello sposalizio è in genere più allegra che da noi e mi divertirò parecchio. Su quello che è scritto nelle pagine di questo volume si dibatte, si litiga, si impara, e in certi momenti mi sembra che nemmeno tra di loro abbiamo una idea chiara e concorde su come comportarsi, ma alla fine un codice non scritto regolerà più o meno bene le sequenze in cui è suddivisa la giornata tanto attesa. Il mio ruolo di peso Pesanti incognite si addensavano sulle possibili maligne condizioni meteorologiche del giorno tanto atteso per gli sposi, ma appena sveglio, quel sabato mattina di agosto, mi rendo conto che solo altre poche volte nella vita ho potuto ammirare un cielo cosi azzurro e terso. Un vento discretamente intenso ha spazzato lontano ogni cumulo residuo e posso perdermi con lo sguardo nell’immenso turchese sopra la mia testa. Neanche un piccolo cirro in lontananza deturpa la vista del cielo color pastello. È però inutile soffermarsi troppo a contemplare la volta celeste se mi attende…il taglio dell’aglio! La mattina infatti, come già anticipato, è dedicata agli ultimi preparativi e mi tocca il compito di pulire e tagliuzzare tutto l’aglio necessario per le insalate. Pentole stracariche bollono sul fuoco della cucina spostata nel cortile, tutto deve essere cotto entro poche ore. Gli sposi stessi sono ancora indaffarati nel predisporre tutto ciò che ancora rimane da fare; grida, fretta, nervosismo, sembra che i corpi ribolliscano come i cibi sul fuoco. Ora ci sono anche alcuni parenti della sposa ad aiutare ed effettivamente le cose vanno meglio, è arrivata anche la sorella Sveta, che svolgerà poi un ruolo importante nel proseguo della giornata. A proposito di ruoli, mentre continuo nel rapporto ravvicinato con innumerevoli teste d’aglio, mi comunicano una notizia che mi lascia davvero un po’ sorpreso: sarò “l’amico” dello sposo alla cerimonia e per tutta la giornata! “Amico” è la traduzione in italiano della corrispondente parola russa, che però qui da noi andrebbe tradotta con “testimone” dello sposo. Il ragazzo in origine designato per questo ruolo non ha nemmeno comunicato la sua presenza o meno al matrimonio, quindi sono stato promosso titolare dalla panchina e scorterò lo sposo per tutta la giornata, sedendo al tavolo degli sposi durante il banchetto. Questo privilegio spetta solo all’amico dello sposo ed all’amica della sposa, addirittura anche i genitori siedono tra gli altri invitati. Accetto con entusiasmo questa carica conferitami e mi preparo psicologicamente all’evento finendo il mio compito con l’aglio. Sono le 12.00 e fra un’ora e mezza avrà luogo la cerimonia vera e propria. Basta quindi corveè in cucina e mi avvio a casa con lo sposo ed il papà della sposa. La sposa si vestirà a casa di una vicina, presso la dacha. Quando ci siamo tutti puliti e sistemati in vestiti eleganti possiamo dirigerci verso la dacha, dove la sposa ci aspetterà con il vestito bianco che nessuno ha ancora visto. Siamo in anticipo, perciò la camminata verso la dacha assume il passo di una lentissima marcia, con pause prolungate nelle strade spazzate dal vento che agita freneticamente la mia cravatta. Non capisco perché, ma dobbiamo essere per la una precisa dalla sposa e non possiamo arrivare prima, ma allora non si poteva restare in appartamento e muoversi un po’ più tardi? Accompagnando il mio amico russo, che di li a breve diventerà marito, per le strade di questa cittadina non segnata sulle comuni carte geografiche, penso al fatto che solo 12 mesi prima non avrei potuto immaginare una cosa del genere. Testimone ad un matrimonio russo a 11.000 km da casa mia. Evidentemente la vita cambia molto più in fretta della percezione che ne abbiamo, veloce come il vento che scuote furiosamente le fronde degli alberi che osservo mentre questi pensieri pervadono i miei neuroni. Mi è piaciuta questa passeggiata con Maxim. Finalmente arriviamo alla casa di un amico che ha prestato la propria auto per le nozze, addobbata con tre strisce corrispondenti ai colori nazionali russi e svariati palloncini, e da li in un attimo siamo alla dacha per “prelevare” la sposa. Ora iniziano tutte le tradizioni tipiche di un matrimonio russo, assolutamente differenti dalle nostre. Maxim scende dall’auto e prima di poter risalirci con la sua sposa deve affrontare alcune prove. Innanzitutto lo aspetta un discorso, fatto dall’amica-testimone della sposa, già sul cancello del cortile, incentrato sullo scherzo e sull’ilarità, ma di cui non comprendo tutto il significato. Una volta entrato deve camminare zompettando con i piedi sulle sagome di alcuni cuori di cartoncino sistemati a terra, pronunciando una parola d’amore per ogni passo cosi fatto. Giunto in prossimità della porta di casa deve bere, scegliendo uno dei tre bicchieri già li pronti, per sapere come sarà il gusto della sua vita futura: dolce (acqua e zucchero), salato (acqua e sale) o aspro (acqua e limone). Finalmente arriva alla porta della dacha, ma per aprirla ed uscire con la sposa deve “comprarla”, cioè riuscire a spuntarla dopo una non breve trattativa con la sorella ed un’altra parente della sposa stessa. Naturalmente si tratta di un gesto simbolico che si concretizza nell’elargire alcune monetine. Ed ecco che apriti sesamo si spalanca la porta e possiamo vedere infine la sposa Elena. Tutti in auto e via all’ufficio zags, con tre brusche frenate però, per ritornare altrettante volte sui nostri passi causa tre dimenticanze: bouquet, macchina fotografica e…anelli. Ormai ci sono abituato, qui è normale dimenticarsi tutto. Per giungere a destinazione però dobbiamo ancora pagare un pedaggio a dei mocciosi che si piazzano in mezzo alla strada e non si spostano per nessuna ragione. Altra tradizione. Qualche rublo e via. La cerimonia mi vede partecipare alla destra dello sposo, all’interno di una piccola stanza in cui nemmeno tutti gli invitati riescono a pigiarsi. È tutta bianca con una scrivania da cui una donna in piedi, funzionaria del municipio, recita un formulario che dura qualche minuto, poi scambio degli anelli e firme. Fine. Essenziale. Fuori, nell’angusto corridoio, sono pronti bicchieri e due bottiglie di spumante con qualche cioccolatino di contorno. Brindisi al volo con gli invitati e poi subito fuori a posare il mazzo di fiori sul monumento ai caduti della II guerra mondiale, tradizione fortissimamente radicata. Il momento è reso più toccante dal fatto che nelle foto di rito del nostro gruppo attorno a tale monumento c’è davvero anche un veterano di quella guerra, il nonno di Maxim che ha combattuto il nazismo nell’Armata Rossa. Subito un’altra carovana di parenti di un’altra coppia di sposi arriva, il ritmo delle cerimonie è incalzante. Noi torniamo alla dacha a finire di cucinare, i parenti tornano alle loro case, infatti il pranzo è previsto solo per la sera, nel mezzo un nuovo intervallo di fatica. Normalmente un matrimonio russo tradizionale dura tre giorni interi, noi ne faremo solo due, anche se il secondo giorno sarà per me fatale. E finalmente arrivano le ore 18, orario convenuto per la cena. La tavolata è pronta, i piatti con tutti i vari tipi di insalate affollano la tovaglia, mancano solo gli sposi per dare inizio al banchetto. Mi reco, in qualità di “testimone”, nella dacha vicina dove la novella coppia di sposi si prepara all’ingresso trionfale per la mangiata. Non riesco a capire bene, ma pare ci sia un enorme problema: gli sposi dovevano essere già alla porta di casa per salutare e accogliere gli invitati, invece saranno proprio loro gli ultimi ad arrivare e ci sono pareri parecchio discordanti su come comportarsi e su chi doveva giungere per primo e cosa dovesse fare, dire, ecc. insomma una selva ingarbugliata di tradizioni, formalismi, regole non scritte tra cui i russi stessi paiono non sapersi districare molto bene. Si discute per quasi trenta minuti su queste quisquilie, francamente non capisco cosa ci sia di importante, perciò mi estraneo dalla discussione e aspetto solo il momento in cui sarò chiamato a “sfilare” ufficialmente con gli sposi. L’ingresso per il saluto ai parenti è preceduto dal taglio e assaggio di un grosso pezzo di pane su cui è posata una manciata di sale, il tutto da trangugiare a secco, salvo bere subito dopo da un bicchiere enorme un sorso d’acqua. Ignoro il significato di questo gesto, ormai sono già stanco e il mio cervello scivola lentamente verso la fase di stand-by. L’interno della dacha è un forno infernale: trenta persone in circa quindici metri quadri. Il soffitto è alto due metri scarsi e si soffoca, cerco di mangiare con calma e continuo a bere liquidi rigorosamente analcolici. Comunque mi vedo costretto a sfatare il mito della wodka ai matrimoni russi, o almeno a questo matrimonio, infatti ne berrò due bicchierini in tutta la serata e quasi tutti gli invitati faranno lo stesso. Solo tre-quattro persone risulteranno alticce alla fine dei festeggiamenti. Da noi di solito è peggio. Fortunatamente ogni tanto si spezza il ritmo della cena uscendo a ballare in cortile, cosi ne approfitto per respirare e sbollire la calura accumulata dentro casa. Oltre alle casse di uno stereo possiamo contare sull’impareggiabile apporto della fisarmonica di Vitalij!!! Canzoni popolari russe in rapida successione, tango, valzer, il repertorio è pressoché inesauribile e molto divertente. Ad un certo punto mi lancio anche nella richiesta di “Katjusha” , famosa canzone popolare della seconda guerra mondiale che tutti iniziano a cantare insieme. Naturalmente l’andamento della cena è parecchio differente rispetto alle nostre abitudini; è molto complesso e sovente regolato dalla figura della “tamada”, cioè una persona, di solito una donna, a cui spetta il compito di gestire l’andamento della festa, regolando i vari interventi degli invitati e scandendo tempi e “rituali”. Ognuno degli invitati a turno, durante la cena stessa, si alza in piedi e recita un proprio personale augurio, che può anche non essere proprio di breve durata, agli sposi, e tutto ciò avviene in un religioso silenzio e con profonda serietà. Al termine di ogni augurio si alza forte il coro “gorko”, con cui gli sposi sono caldamente invitati a baciarsi, mentre vengono contati i secondi in cui le labbra rimangono vicendevolmente appiccicate. Lo zio Sasha è sicuramente il più incalzante e scatenato fan di questa fase della serata. Tra un gorko e l’altro, una danza ed un assaggio di cucina russa, trovano spazio anche i momenti per vari giochi collettivi all’aperto, in cui sono trascinati parenti ed amici in un vortice di risate ed ilarità. Tra gli altri riscuote successo quello in cui due squadre di partecipanti, divisi in due file, devono portare dal cesto all’inizio della fila al cesto posto in fondo alla fila stessa vari ortaggi scambiandoseli solo con l’uso delle labbra. Scene spassose mi vedono tra i protagonisti. Una patata sta per cadere di bocca, durante la fase del passaggio, a chi mi sta davanti, perciò nel tentativo di evitare che la patata finisca a terra sento dei denti che mi mordono ferocemente il labbro inferiore! Salviamo la patata, che non cade, ma il mio labbro inizia a sanguinare copiosamente e passerò a chi mi sta dietro ortaggi insanguinati. Il rapimento della sposa Le usanze tipiche non smettono di stupirmi. Nel bel mezzo di un ballo allietato dalla fisarmonica arrivano la “tamada” e Maxim richiamando all’ordine me e Nastia, come “testimoni”, domandandoci dove sia finita la sposa. Noi divaghiamo non sapendo dove possa trovarsi, finchè non veniamo a scoprire la cruda realtà: è stata rapita e per riaverla dovremo sottoporci a delle dure prove che fanno parte del riscatto voluto dagli autori del gesto! Una volta individuati i responsabili inizia la trattativa con Sveta, la sorella di Elena, indicata come la persona più adatta per la mediazione. Alla fine riesce a spuntarla, Maxim riavrà indietro la sua amata, ma in cambio i parenti sequestratori vorranno due enormi bicchieri colmi di samagon, tartine e altre varie prelibatezze a volontà e…il superamento di una prova d’abilità affidata ai “testimoni” (quindi sono chiamato in causa in pieno). In breve scopro in cosa consiste la mia condanna: dovremo ballare con i piedi che potranno muoversi solo su un foglio di giornale, che verrà ripiegato su sé stesso più volte, fino a diventare grande come un palmo di mano, obbligandoci a saltellare in modo ridicolo su un piede solo. Al termine della nostra performance, e dopo che si sono calmati i crampi allo stomaco degli invitati nel vederci all’opera, torniamo a mangiare per il gran finale: torta e regali. La consegna dei regali, che dunque avviene durante il pranzo, è preceduta da un breve discorso augurale di coloro che donano, che allunga ancora di più i tempi della cena. Ogni donante beve poi un bicchierino di wodka condito da una tartina. Guardando la tavolata, notando la praticamente totale mancanza di amici al convivio nuziale (infatti i presenti sono quasi tutti appartenenti alle famiglie degli sposi), torna ad affacciarsi alla mia mente un pensiero che spesso mi assilla quaggiù. Certamente capisco che non ci si può permettere di invitare a pranzo tutti, compresi dunque gli amici, ma se ripenso bene a tutte le volte che sono già stato qui, non posso non fare caso a come sia quasi nulla la presenza di amicizie nella vita di ognuno. La famiglia ha un ruolo forse più importante che da noi, è più presente come gruppo, come clan, però questo non può bastare a giustificare l’assenza di una cerchia di amici. Come si fa a vivere senza l’amicizia? Non penso proprio che sia una caratteristica di questa famiglia, tutti sono cosi, ma perché? per tradizione? per usanza sociale? per abitudini? Non poter fare affidamento o anche solo trascorrere del tempo con persone esterne al nucleo familiare è un’idea che mi fa rabbrividire. Perché è cosi? Forse con il tempo ed altre esperienze riuscirò a cominciare a capire, ora non sono in grado di darmi una valida spiegazione. Al mio turno porgo agli sposi due pacchetti che contengono alcune tazze per il te, questo è il mio regalo, spero utile, considerando la frequenza con cui si beve qui la scura brodaglia (non mi piace!). Butto già la wodka che mi brucia le budella e capisco che la serata sta per concludersi, non vedo l’ora di buttarmi a letto a riposare dopo un paio di giorni massacranti. Prima di avviarmi verso la branda che mi aspetta a casa passeggiamo attorno a quello che ho definito “il parco”; le stelle lassù in alto, in mezzo a tutto il buio circostante, sembrano pietre preziose risplendenti sulla volta di una caverna. Ci accompagna il ragazzo, ormai visibilmente ubriaco, che si è occupato di riprendere tutta la giornata con la sua videocamera, continua a parlarmi ma non capisco una sola parola di quello che biascica. Secondo giorno fatale Come anticipato, la festa prosegue anche al pranzo del giorno seguente, ma la mia partecipazione è molto breve. Mi reco alla dacha per pranzo, e trovo un Vitalij pirotecnico, oggi ha già bevuto quello che non ha potuto trangugiare ieri e sta vivacizzando l’ambiente con la fisarmonica, a petto nudo e senza occhiali. Si beve di più oggi e anch’io mi adeguo all’andazzo. Wodka cinese, samagon ed il vin santo che ho portato dall’Italia si tuffano nel mio stomaco in rapida successione. Il samagon è molto buono, almeno rispetto alla wodka cinese che è imbevibile, sarà sui 50 gradi ma con un suo gusto. È stato distillato con un procedimento classico nei giorni precedenti, nel cortile della dacha; da un vecchio contenitore metallico per il latte, pieno di spirito messo li a bollire, esce il vapore che, percorrendo una serpentina di ferro in una botte di acqua fredda, lentamente si condensa e gocciola da uno straccetto posto all’estremità della serpentina stessa in un contenitore di vetro. Quasi tutti partecipano alle libagioni e i brindisi si sprecano. Mangio le insalate della sera prima, formaggio e salame. Tutto bene. Due ore dopo un disastro. Inizio a sentirmi poco bene, un malessere generale che poi sfocia in seri e frequenti guai intestinali, nausea prolungata, febbre. Non so cosa possa essere stato, escludo l’alcool (avrò bevuto solo 3-4 bicchieri di superalcolici), probabilmente un’insalata andata a male, forse non lo sapremo mai. Comunque sono veramente k.o. e dovrò vegetare a letto dopo aver preso il provvidenziale imodium. Mi perdo cosi la cena del secondo giorno del matrimonio russo, ma non potevo fare altrimenti. Vitalij, informatosi circa le mie condizioni, viene a trovarmi ed afferma di essere in grado di guarirmi, cosi mi fa alzare e si avvicina iniziando a fare strani segni della croce ed altri gesti sulla mia pancia e sussurrando criptiche formule magiche al termine delle quali è sicuro che non avrò più nulla. Purtroppo le condizioni del mio intestino non miglioreranno più e ne pagherò le conseguenze per il resto della vacanza… A Sivaki Due giorni dopo, più o meno ripresomi dalle mie disavventure, mi ritrovo in treno con destinazione Sivaki, un pungo di case 150 km circa a nord di Seryshevo, sulla linea della transiberiana. È il paese in cui vive Vitalij, che mi ha invitato a trascorrere alcuni giorni ospite a casa sua. Lungo la ferrovia si susseguono vasti e fitti boschi di betulle cosi bianche da formare una foresta fluorescente sotto un cappello verde costituito dall’intrico delle foglie sovrastanti. Ad intervalli regolari spuntano lungo la massicciata grandi simboli di falce e martello rossi o bianchi; sono le uniche cose di questo breve trasferimento che mi restano impresse, colte con lo sguardo tra una partita a carte e l’altra sul treno. Sono estremamente tranquillo, queste carrozze, il tracciato della ferrovia, il lento proseguire verso nord dei vagoni mi fanno sentire perfettamente a mio agio. Sembra strano a dirsi, ma appena scendiamo dal treno già avverto che l’aria è più frizzante e la sera la felpa è d’obbligo, anche se in fondo non ci siamo spostati cosi tanto verso nord. Resterò in questo villaggio tre giorni, per poi proseguire a nord con l’intenzione di arrivare a Yakutsk via terra. Ci aspetta sui binari presso la minuscola stazione la mamma di Vitalij, una vivace vecchietta con i capelli avvolti nell’immancabile foulard; mi presento mentre abbraccia le sue nipoti ed il figlio, che attendeva da lungo tempo. Mi guardo attorno mentre andiamo verso casa ed il primo pensiero è ad un luogo che ho già visitato durante il primo viaggio in Russia: Igarka, si, mi viene in mente Igarka. In quello che dovrebbe essere il centro del paesello si trova un immenso spazio di rovine, ammassi di ferro arrugginito, macerie, rottami sparsi e mastodontici cumuli di legna maciullata. Mi dicono trattarsi di una ex fabbrica per la lavorazione del legname. È inquietante, misteriosa e orribile, altro che archeologia industriale! I muri sono crollati, quelli ancora in piedi mostrano squarci estesi come se fossero stati bombardati, il tetto non esiste, e tutto ciò occupa una superficie forse maggiore di quella su cui sorge oggi il paese stesso. Intorno solo strade polverose, nessun tratto è asfaltato, una manciata di piccoli negozi e qualche edificio scolastico. La casa di Vitalij è in legno, dipinta di verde con le imposte azzurre, non è niente male rispetto ad altre. In realtà la proprietà è composta da più edifici: uno in cui si dorme e si vive durante la giornata, un altro è adibito a cucina, poi vi è il banya poco distante e un po’ più lontano c’è la toilette, uno sgabuzzino maleodorante di assi di legno, costruito sopra ad un buco poco profondo nel terreno. D’inverno non riesco ad immaginare come ci si possa servire di un gabinetto simile a -40°, essendo privo di una minima parvenza di riscaldamento. Il resto del terreno è coltivato con le immancabili patate, con cavoli, girasoli, carote, aglio, cipolle, ecc. ed è abbastanza esteso per una famiglia. Al limitare del campo si trova un’altalena costruita con pali di legno di betulla e che sicuramente qualche anno fa era il passatempo preferito delle giovani figlie di Vitalij. Durante la bella stagione il pranzo viene preparato all’esterno, all’aperto, per non impregnare la cucina di odori e vapore; su due stufe coperte da un tetto di legno si riscaldano i cibi e bolle l’acqua per il te. L’aria è frizzante, soprattutto al mattino presto e la sera, ma sembrano tutti abituati a cucinare all’aria aperta, tranne me. L’anziana signora che si prende cura di noi rimane affascinata dalla bottiglia di vino italiano che ho portato in regalo e ne gusta un bicchiere durante la cena abbondante che ha preparato: borsch, purè, uova fresche, pane, salsicce, dolci e come sempre il te. Quanto mi manca l’acqua! Qui non esiste acqua corrente e non ne posso bere dal rubinetto come a casa dei miei amici, cosi sono costretto a mangiare tutto “a secco” e a bere solo un bicchiere di te a fine pranzo. Per gli altri è normale, ma per me è una tragedia, di solito a pasto bevo quasi un litro d’acqua e mi risulta difficile continuare a sorseggiare un po’ di te solo a fine pasto. A questo punto mi torna in mente un altro momento della prima vacanza in Russia, quando alloggiavo da Nikita sul lago Bajkal e anche là non c’era acqua corrente, gas e spessissimo pure la corrente elettrica, come qui a Sivaki. Prima di cena conosco anche il padre di Vitalij, anziano e un po’ acciaccato, che ha problemi di udito e cammina con l’aiuto di un bastone. Si presenta in maniera grottesca con degli occhiali spessi oltre due dita, quattro denti equamente divisi nelle due arcate dentarie e intersecatisi come archi a sesto acuto al centro della bocca. È una persona molto seria e severa e si prende ancora molta cura delle vicende della famiglia, da quelle del figlio fino a quelle delle nipoti. Nei giorni seguenti l’involucro di carne ed ossa in cui è imprigionato il mio spirito continua a non attraversare un ottimo momento e mi obbliga ad un’assidua frequentazione di luoghi detestabili e prettamente inospitali come il cesso-sgabuzzino descritto sopra. Probabilmente la pentola di ravioloni alla ricotta di capra che sono stato costretto a finire ha contribuito a riacutizzare i mai del tutto risolti problemi al ventre. Forse ho anche commesso un errore nel bere l’acqua accumulata in una botte senza farla bollire, ma sentivo una necessità fisica di bere dell’acqua non sotto forma di te! Due bicchieri di acqua presa dal pozzo della casa non pensavo potessero costarmi cari in termini di salute, magari è per questo che gli altri bevono solo te, perché è necessario far bollire l’acqua non essendoci un acquedotto. La serata è allietata dalla presenza di un paio di capretti di una settimana che scorazzano in cucina cercando di bere latte ovunque, anche succhiando le mie gambe. Mentre si discute dell’Italia, della Russia, di viaggi e di vita di campagna mi dicono che qui qualche giorno fa dei ragazzi ubriachi hanno ucciso una donna con il suo bambino per rubarle dei polli…probabilmente un mix di fattori di degrado sociale porta anche a questo, ma per ora ho sempre incontrato gente normale. Poi vengo a sapere che in questo paese non esiste polizia, ma questo non può far altro che rallegrarmi. Uno dei motivi per cui sono venuto qui è la visita al bosco che Vitalij mi ha promesso. Ne ha parlato cosi bene e cosi spesso che non vedo l’ora di tuffarmici dentro! Pare che a Sivaki si trovi un angolo di vera e pura Russia, il non plus ultra della nazione, il bosco di betulle. Un pomeriggio prendo lo zaino con tutto l’occorrente e iniziamo a camminare verso la fine della strada, che termina appunto in un bosco fitto, finendo come contro un muro di legno vivo. Poco prima della foresta si attraversa una diramazione della ferrovia che si perde tra due ali verdi di piante per finire chissà dove, chissà perché, ed ecco tornare la sensazione di vuoto ed incognito che accompagna come una costante i viaggi in Siberia, il dubbio di non riuscire a cogliere un significato, l’essenza di tutta questa distesa di terre, fiumi e foreste. Ai confini del bosco uno stagno colmo di acqua putrida e malsana da cui affiorano copertoni di camion è stato scelto lo stesso come luogo di pesca da due pescatori immobili. Eccoci finalmente entrare nel bosco, completamente diverso da quelli vicini a casa mia o dagli altri in cui sono stato abituato a gironzolare. Meno male che sono stato genericamente avvertito ed ho portato alcuni indumenti in più nonostante il sole pomeridiano. Dopo alcuni passi, infatti, devo assolutamente aprire lo zaino e tirar fuori in fretta tutto quello che vi ho stipato, altrimenti non riuscirò a fare un solo passo in più. La maglietta a maniche corte è impensabile da tenere con tutti gli attacchi di zanzare enormi che sto subendo, davanti, dietro, di lato, ovunque sono morsicato e continuo a grattarmi furiosamente. È incredibile, un metro dentro il bosco è pieno di zanzare, fuori invece non si notano. Una felpa con cappuccio tirato fin sugli occhi si rivela provvidenziale, insieme ad un cappellino e ai pantaloni lunghi. Anche attraverso la stoffa sciami di zanzare lunghe un paio di centimetri cercano di mordere e ronzano fastidiosamente nelle orecchie. Oltre a questi simpatici insetti il percorso è ostacolato da centinaia di ragni che creano ragnatele a qualsiasi altezza tra i rami degli alberi, non avevo mai visto cosi tanti insetti predatori. A certe latitudini e in certi periodi dell’anno bisogna anche far attenzione alle zecche che procurano l’encefalite, di cui si può tranquillamente morire, quindi non mi trovo proprio in un ambientino accogliente. Ma per ora ho parlato solo di aspetti antipatici, tralasciando di esaltare tutta la magia del bosco, la sua magnetica attrazione e la sua selvaggia bellezza. È composto quasi interamente da betulle, tra cui minuscole e smilze conifere cercano di farsi largo senza successo. Guardando in ogni direzione non se ne può scorgere un inizio od una fine, per quanto lo sguardo si sforzi si ritrova sempre a cozzare contro un muro bianchissimo, immacolato, che quasi stordisce e ferisce la retina data l’intensità del suo candore. Le betulle sono snelle e crescono fittissime, quasi appaiate le une alle altre e regalano una sensazione di infinità nel vederle tutte insieme cosi vicine e numerose; gli occhi restano ancor più abbagliati nell’osservare il contrasto con il cappello verde di foglie che copre tutto e crea un’atmosfera di perenne penombra tra i tronchi ed i rami esili. Un paio di radure create per il passaggio dei tralicci della linea elettrica sono invase dai giganti formicai delle termiti, per il resto ovunque si sbirci non si riesce a far breccia e a scorgere qualcosa che non sia una betulla. Le brevi soste per osservare alcuni funghi o frutti di bosco si trasformano in vere e proprie torture a causa degli attacchi delle zanzare, che costringono a stare sempre in movimento almeno per limitare i danni, agitando un ramo frondoso per disperderle. Non nascondo che una volta usciti dal bosco ho provato un senso di sollievo. L’altro motivo per visitare Sivaki è la rinomata “nastoyashaya russkaya banya” di Vitalij! Cioè la vera-originale sauna russa, come garantisce lui. Naturalmente si trova in casa sua. È più grande di quella che ho già provato a Seryshevo, ma non di molto. Soffitto basso, spesse pareti in legno di betulla, temperatura infernale. So già cosa mi aspetta prima di entrarvi, ma appena dentro vorrei voltarmi e scappare all’aria aperta, dove posso respirare liberamente e non sentirmi soffocare. Non so quantificare i gradi, mi pare che siano centinaia! Faccio fatica a tener aperti gli occhi e cerco di stare seduto, evitando di alzarmi verso l’alto, dove sale l’aria calda e la sofferenza oculare è maggiore; respiro affannosamente e cerco di resistere il più possibile, ma al massimo dopo dieci minuti sono già fuori. Una tortura per un corpo non abituato. Rimango stordito per un po’, poi mi guardo allo specchio e la pelle del mio viso, di un rosso vivo, risalta ancora di più nel contrasto con il nero dei capelli. Esco a godermi la frescura al tramonto, con il sole giallo che scivola pacioso verso l’orizzonte, seguendo la curvatura della terra e pennella di rosa intenso le alte e rade nuvole sopra di me. Le sagome nere dei pali della corrente e del profilo delle dache del paese si stagliano davanti all’ultima luce obliqua che filtra violenta tra i rami dell’albero di prugne poco lontano, il silenzio avvolge le strade e desta un senso di eternità alla scena. Domani giro turistico per il paese. Oltre alla già citata fabbrica distrutta c’è ben poco da vedere, non so nemmeno come possano esserci 2000 abitanti quaggiù. Tre negozi che vendono di tutto, un mercatino improvvisato in strada con prodotti agricoli e vestiario, la posta, la scuola, la stazione, la scuola musicale e basta. Chiaramente vengo portato a visitare la scuola, che è aperta anche d’estate e funge da luogo di raccolta per i bambini i cui genitori sono al lavoro. Mi presentano alla direttrice, che subito mi apre le porte delle varie sale, compresa quella adibita a teatro- cinema, con una platea in cui penso possano accomodarsi tutti i residenti della cittadina. Poi saluto i bambini che sono impegnati nel corso di disegno, mentre al piano superiore delle ragazze imparano danza. Per le dimensioni del paese questa scuola è già un fiore all’occhiello, penso. Eppure ce n’è un’altra! Si tratta della scuola musicale, dove Vitalij insegna a suonare la fisarmonica. Dobbiamo attraversare la ferrovia per arrivarci, passando per alcune strade percorse da sidecar e un po’ di biciclette, è tutto qui il traffico dell’ora di punta. Fotografo un vecchio simbolo, falce e martello di pietra accanto alla ferrovia, proprio come quelli che ho visto giorni prima dal finestrino. Attorno alla massicciata erbacce, prati incolti, un gruppuscolo di case e nient’altro, d’inverno deve essere una noia mortale vivere qui, barricati in casa per il gelo e senza un luogo significativo di aggregazione. La scuola musicale è un edificio pitturato di verde squillante, con decorazioni bianche a forma di pentagramma e chiave di violino sulle finestre, che nel complesso regala un buon colpo d’occhio. Anche qui una vasta sala-auditorio con centinaia di posti a sedere, un pianoforte sul palco e disegni appesi alle pareti. Come sempre mi tocca l’immancabile scenetta di presentazioni con i pezzi da novanta della scuola, una breve chiacchierata sull’Italia, la Russia, la difficoltà di capire cosa ci faccio proprio qui a Sivaki e poi ci salutiamo, non ne posso più di questi discorsi sempre uguali. Mentre mi diverto a suonare uno xilofono inizio a pensare già al viaggio, al vero viaggio, che mi attende verso Yakutsk e in cui so già che mi divertirò parecchio, tra difficoltà, stanchezza e soprattutto novità e curiosità da saziare che esaltano la mia mente. Prima di lasciare Sivaki vengo a sapere che la direttrice della scuola musicale, dopo la mia visita, ha chiesto a Vitalij se magari non fossi una spia giunta fin li per….carpire quale segreto dico io??? Queste insinuazioni dimostrano quanto certi condizionamenti mentali siano forti ancora nella mente di certe persone, francamente non capisco come oggi si possa affrontare discorsi del genere, ma non voglio certo permettermi di giudicare. Certo che in altri tempi anche solo un larvato sospetto di questo tipo mi avrebbe portato direttamente in un luogo dal non ritorno. Come corollario a questa insinuazione nei miei confronti, mentre torno a casa Vitalij ed Elena (la novella sposa!) mi dicono che un paio di ragazzi incontrati per strada hanno velocemente affermato di volermi uccidere, avendo capito di essere di fronte ad uno straniero. Ho sentito che dicevano qualcosa ,ma non avevo afferrato il senso del discorso fatto sottovoce, tra parentesi il motivo dell’intento omicida sarebbe scaturito dal fatto che giravo con una ragazza del paese, cioè una “loro” ragazza…che come già detto e ridetto è già sposata…mah! Il giorno seguente saluto tutta la famiglia di Vitalij e la ringrazio per la fantastica ospitalità concessami, poi salgo ancora sul mitico treno 325 Khabarovsk-Neryungri, con destinazione proprio il capolinea della ferrovia, circa 600 km a nord. Gli ubriachi piovono dal cielo Causa penuria di biglietti di carta colorata e filigranata (soldi) il viaggio verso Neryungri lo faccio in vagone obsche, cioè la più economica sistemazione. Sperimento per la prima volta questo modo di viaggiare, che è abbastanza pesante e scomodo, ma non impossibile se si riesce a destreggiarsi tra persone, bambini e provodniki. Oltre agli ubriachi naturalmente, dato che sono una costante sempre presente. Sono spinto da una irrefrenabile voglia di arrivare e vedere Yakutsk, la capitale della Yakutia, mitica terra sognata già dai tempi in cui la conoscevo solo per averne letto il nome sul tabellone di Risiko. Enorme e misteriosa, antica terra delle scorribande dei mammut, culla di popolazioni preistoriche, ricca di oro, diamanti e pietre preziose, interamente ammantata di foreste solcate da fiumi immensi, tra cui spicca la Lena. Novecentomila abitanti su un territorio vasto come l’India. Vie di comunicazione praticamente inesistenti, eccetto qualche strada non degna di questo nome e la ferrovia verso Yakutsk perennemente in costruzione. Tutti questi fattori alimentano in me quel fremito, quell’anelito di viaggiare attraverso questa terra per scoprirla e cercare di interiorizzarla. Come spesso accade sto viaggiando senza avere un’idea precisa di come arrivare a Yakutsk, di quanto tempo ci vorrà, di quanti soldi mi costerà. Ma questo non fa che aumentare l’emozione e dunque il piacere. Caratteristica del vagone obsche è quella di non potersi sdraiare e dormire, come ad esempio nel platskartnyj, ma i posti sono a sedere, per far stare più persone nella carrozza. Ciò comporta tutta una serie di disagi che rendono il viaggio, di per sé già lungo data la lentezza cronica dei treni russi, una prova snervante e assolutamente estenuante. Non esistono ovviamente i soliti materassi, lenzuola e coperte per dormire, ma con un po’ di fortuna lo si può fare nella “cuccetta” superiore, sempre che sia libera o che la si liberi da bagagli altrui. C’è una sorta di competizione per potersi coricare lassù, ma il posto è uno ogni tre-quattro persone, quindi generalmente difficile da accaparrare se si sale ad una fermata intermedia del percorso del treno. Bambini che urlano e mangiano, piedi dall’odore nauseabondo che spuntano all’altezza del naso dai posti superiori, bagagli ammassati in alto e barcollanti, sovraffollamento: cosi si presenta un vagone obsche, più o meno come un treno pendolari, tranne che dovrò starci circa 20 ore. Dopo sole quattro ore di immobilità forzata il sedile mi sembra di pietra e non riesco più a trovare una posizione “comoda”; di fronte a me siede una robusta signora con la figlia che regge perennemente in mano un mazzo di fiori, dopo un po’ iniziamo a chiacchierare per far passare il tempo e la signora mi dice che stanno andando a Skovorodino per un matrimonio, dunque i fiori sono per la cerimonia e non devono rovinarsi. Un soldato seduto vicino a me mi chiede di parlare dell’Italia e mi regala due cicche, ma anche se ho trovato persone con cui discorrere il tempo sembra essersi fermato e l’apatica velocità di crociera acutizza questa mia sensazione. Mi pare di essere su questo treno da un mese. Due ubriachi sui cinquant’anni sono proprio di fianco ai nostri posti, adagiati in quelli tra il finestrino e il corridoio, intenti a scegliere cosa sia meglio per continuare il viaggio: birra o wodka? Alla fine optano per la tradizionale bevanda russa da 40 gradi, anche se il provodnik, passando, ricorda loro che è proibito bere superalcolici sul treno e lancia un avvertimento che però non colgono. Uno dei due probabilmente non arriva a cinquanta anni, ma ha un aspetto molto “vissuto”, viso segnato, occhi come due piccole fessure, parlata biascicata. L’altro è più vispo e tenta anche di abbracciare la formosa signora davanti a me, ma viene malamente respinto dalla stessa, poi inizia discorsi per me incomprensibili ma molto esilaranti per tutti gli altri, cerca di fare battute sui sacchi di cetrioli posti sopra di noi e continua a ridere in ritardo rispetto alle risposte degli altri. Finite le bottiglie si arrampica sulla cuccetta sopra di me e si sdraia cadendo in un sonno agitato, al contrario del suo amico che si è sdraiato in alto sopra i loro posti ma è immobile durante il sonno. Passa un’oretta tranquilla e mi metto a giocare con un bambino che attraversa il corridoio, poi appena si allontana il mio sguardo è attirato verso il finestrino, ma un tonfo sordo e pesante alla mia sinistra mi fa girare subito la testa: l’ubriaco che dormiva “tranquillo” si è forse spostato nel sonno ed è precipitato rumorosamente da circa un metro e sessanta di altezza, spiaccicandosi nel corridoio un attimo dopo che il bambino si era allontanato. Un secondo prima e lo avrebbe frantumato sotto il suo peso. È atterrato di braccio, schiena e anca, a peso morto come un sacco di patate, la scena è abbastanza insolita e me la ghigno parecchio. Il bello è che, a parte l’attimo di risveglio ed i lamenti dovuti all’atterraggio doloroso, si è risistemato subito in mezzo al corridoio, come se fosse ancora in cuccetta, ricominciando a dormire per terra! Quando gli altri passeggeri capiscono che sarebbe andato avanti a dormire impedendo il passaggio nel corridoio iniziano a urlargli dietro frasi poco gentili e lo svegliano a calci e strattoni, in questo si impegnano anche la signora di fronte a me ed il soldato con cui stavo parlando. Sollevatosi più o meno in piedi, il malcapitato si accuccia seduto al suo posto e continua a ronfare lamentandosi nel sonno per i dolori della caduta. Il suo amico che dorme sopra di noi non si è accorto di nulla. Durante il viaggio mangiucchio qualcosa preso dal sacchetto con il cibo regalatomi dalla mamma di Vitalij, in cui c’è di tutto: formaggio, salame, pane, pomodori, brioches, ecc. A differenza di molti altri, butto nel contenitore della spazzatura gli scarti del pranzo (bottiglie di plastica, carte e cartacce, sacchettini di plastica), ma quasi tutti non mi imitano e gettano qualsiasi cosa dal finestrino. Il rispetto per l’ambiente è praticamente nullo. Fino a Skovorodino il viaggio è più o meno tranquillo, ma nel tratto seguente, fino a Tynda, diventerà un inferno. Cominciano infatti a salire ad ogni stazione sempre più persone ed il vagone trabocca. Poco dopo Skovorodino, esattamente alla stazione di Bamovskaya, lasciamo la linea transiberiana per iniziare a puntare decisamente verso nord, direzione Tynda appunto, dove passa la linea BAM (Bajkal-Amur). Il mio treno non si immetterà sulla linea BAM ma proseguirà poi ancora verso nord, fino a Neryungri, seconda città della Yakutia, situata qualche decina di km dopo il confine tra regione dell’Amur e la stessa Yakutia. Una compagnia di ragazzi che stanno andando a Tynda ha scelto i posti vicino a me per sedersi. Sono stanco e loro sono rumorosi, ridono, scherzano e soprattutto sono tanti e dobbiamo stringerci parecchio per stare tutti seduti. Iniziano a bere dalle bottiglie di plastica di birra, versano il contenuto in tanti bicchieri e fanno passare il tempo chiacchierando tra loro. Hanno colonizzato il tavolino davanti a me appoggiandoci bicchieri colmi di liquido aromatizzato al luppolo e improvvisati vasi di plastica contenenti i mazzi di fiori per le loro ragazze. Il treno prosegue spesso a strattoni e più di una volta cade e si rovescia tutto, birra e acqua dei fiori, inondando tavolo e pavimento sottostante. Intanto ci ha raggiunto un altro ubriaco, un amico degli altri due già citati prima, che si è accovacciato stendendosi tra le schiene dei ragazzi di fronte a me e lo schienale del treno. Praticamente un sandwich umano ubriaco. Secondo me è in qualche modo imparentato coni Chukchi dell’estremo nord-est russo: ha degli occhi azzurrissimi e brillanti, ma un viso duro, squadrato, da orso bianco, con sopracciglia fittissime. Non si accorge di gridare mentre parla e viene più volte zittito da tutti. Offre ai ragazzi del pesce salato pieno di lische che tira fuori dalle tasche, ma viene schifato da tutti e si offende, cosi decide di dormire dopo aver sorseggiato una lattina di birra. Purtroppo per lui il suo pisolino coincide con le varie alluvioni causate dal rovesciamento della birra e dell’acqua dei fiori, che creano piccole cascate che si tuffano dal tavolino direttamente nelle sue scarpe lasciate sul pavimento. Tra risate, birra, confusione, sovraffollamento e la mia insoddisfabile voglia di dormire arriviamo a Tynda dopo non so quante ore per percorrere 180 km. Scendono quasi tutti e pochi salgono, cosi avrò posto per sdraiarmi! La provodnitsa sveglia dolcemente l’ubriaco simile ad un chukcho per avvertirlo che questa è anche la sua fermata: gli strappa il braccio su cui poggia la testa mentre dorme e la sua testa pesta cosi violentemente contro il bordo di ferro del tavolino. Una botta allucinante. Si sveglia, prende la borsa, non un lamento, finisce la lattina di birra e si allontana barcollando. Gli altri suoi compari se ne vanno in fretta e furia dimenticandosi sul treno gli occhiali di uno dei due; sono veramente sfasciati, ancora una volta penso alla frequenza di scene come questa in Russia e mi domando se mai il problema dell’alcolismo verrà almeno ridotto. Verso le due di notte ripartiamo da Tynda, mi arrampico sulla cuccetta sopra di me e inizio a dormire. Sono stanchissimo. Purtroppo la mia pacchia dura molto poco, dopo circa mezz’ora mi sveglio improvvisamente e capisco subito perché, la mia pancia ha deciso di arrabbiarsi e vuole trascinarmi in una lurida situazione. No, non adesso, penso! Ancora la diarrea che colpisce, non ho nemmeno il tempo di rendermene perfettamente conto che mi trovo in corridoio con destinazione un bagno libero, fortunatamente trovato e cosi riesco a limitare i danni, anche se questi episodi dimostrano che ci vorrà un po’ di tempo prima che il mio ventre guarisca del tutto. Poi posso appisolarmi definitivamente, mentre nella notte il treno attraversa i monti Stanovoj e lentamente entriamo in Yakutia; sto per arrivare alla prima tappa del viaggio per Yakutsk ed ora è meglio riposarmi. Quante volte ho sognato di visitare questa mitica terra, attraversarla, assorbirla con gli occhi, viverla e sentirla dentro camminando in qualche sentiero nella foresta, navigando su un fiume o passeggiando per le vie delle poche città presenti; fra poche ore si avvererà questo desiderio, anche se non oso caricarmi l’animo di troppe aspettative, dato che, come altre volte, potrebbero rivelarsi mere fantasticherie di qualcosa che in realtà non è come ce lo si aspetta. Yakutia. Il terrore Riesco a dormire qualche ora e mi sveglio poco prima dell’alba per il freddo che mi sento addosso. Forse è solo la maglietta che nel dormire si è sfilata e ha lasciato la schiena scoperta. No. I vestiti sono a posto, dunque è proprio la temperatura del treno ad essersi abbassata. Scendo dal mio giaciglio, sbadiglio un po’ di volte, attendo che la mente si risvegli del tutto e poi guardo fuori dal finestrino. L’impatto è agghiacciante, la solita sensazione, già provata in altri viaggi, che mi indica la consapevolezza della difficoltà di una situazione, di un luogo, di quello che mi attende. Quella sorta di paura-eccitazione di fronte al nuovo, di fronte al modo in cui si presenta quello che da sempre si attendeva ed ora è qui. Questa specie di “terrore” nasce nel mio cervello in seguito alla codifica delle immagini che le mie pupille inviano attraverso il nervo ottico ai ricettori interni, una frazione di secondo ed il terrore yakuto si impadronisce della mia mente per qualche minuto. L’impatto con la Yakutia è forte, aspro e selvaggio. Le stelle e la luna, alta nel cielo e velata da una sottile tendina di nuvole, illuminano freddamente un’immensa foresta di sole conifere. Solo conifere, questo mi balza subito agli occhi, nessuna betulla, significa che qui è sempre tendenzialmente più freddo. Forse i monti Stanovoj fanno da barriera, impedendo ai freddi venti polari di giungere più a sud, ma qui, oltre questa catena montuosa, non c’è nessun riparo naturale e la temperatura ne risente. Le spesse fronde verde scuro di pini ed abeti si nascondono tra la fitta nebbia che avvolge il profilo delle colline circostanti. Questa immagine della nebbia nei fondo valle aumenta in me la sensazione di freddo che già mi arriva osservando fuori dal finestrino. Sto tremando, devo per forza prendere l’altra felpa e la misera giacchetta da autunno padano che mi sono portato. Non ho nient’altro e non ho i soldi per comprare dei vestiti. Anche con tutti i vestiti più “pesanti” che ho indosso, i brividi di freddo non si attenuano più di tanto e incomincio a preoccuparmi seriamente per quello che mi attenderà appena sceso dal treno. Confido almeno nella possibilità di muovermi a terra per riscaldare il corpo, ma se soffierà un vento gelido non avrò molto sollievo. La gente del vagone inizia a risvegliarsi e quando passano vicino a me noto che quasi tutti indossano giacche che da noi si usano in inverno, la mia preoccupazione aumenta. Sbirciando fuori dal finestrino cerco di cogliere comunque la magia del territorio in cui mi trovo: nebbia ad agosto tra le valli, le cime delle colline come isole galleggianti in un mare di bruma umida e fredda che umetta i rami delle migliaia di alberi che ricoprono la Yakutia. Lontano, all’orizzonte, un fiacco chiarore inizia a farsi largo tra l’oscurità preannunciando l’alba imminente. Sono vivamente preoccupato per la possibilità di aver sottovalutato il freddo, anche se siamo ad agosto, ma mi conforta ricordare che qualche giorno prima alla televisione ho visto al meteo la temperatura a Yakutsk: +14, dunque almeno di giorno non dovrebbe essere cosi terribile la situazione. Buio, nebbia, conifere, freddo: questa è la mia prima immagine della Yakutia. Neryungri Molto molto lentamente arriviamo nella stazione di Neryungri, negli ultimi chilometri il treno si è veramente trascinato ed abbiamo anche un po’ di ritardo, ma il problema non è questo. Sono quasi le sette del mattino e scorgo fuori dal vetro sporco del treno varie diramazioni di binari morti, carcasse di mezzi arrugginiti, mucchi di ferraglia abbandonati, container fumanti dove si riscaldano gli operai delle ferrovie. Magazzini ferroviari semi abbandonati segnalano l’arrivo finalmente in stazione, che al contrario di ciò che la circonda è pulita e “rimodernata”. Scendo dal treno cercando di ignorare l’aria pungente che mi sferza il viso, intento con gli occhi a cercare di vedere se posso risolvere subito il problema che mi si prospetta ora: come raggiungere Yakutsk. So che la ferrovia prosegue ancora verso nord per circa 250 km, fino ad Aldan, il capolinea. So che da Neryungri partono autobus per Yakutsk, il problema è dove trovarli, come acquistare e quanto mi costerà il biglietto, valutare se mi possa convenire andare ad Aldan in treno per poi proseguire in autobus alla volta della capitale. Tutte queste domande vengono spazzate via nell’arco di una manciata di secondi. Infatti mentre mi dirigo verso le scale d’ingresso alla sala della stazione, sento un uomo con un cappello di lana calcato in testa che sulla banchina presso il binario, tra la gente arrivata con il mio treno, urla: “Do Yakutska – Do Yakutska” (fino a Yakutsk – traduzione!) Perfetto! Come sempre in viaggio, quando ci sono troppi problemi da risolvere, si risolvono da soli. Raggiungo il signore e faccio un po’ di domande, orario di partenza, di arrivo, con che mezzo, fermate previste, costo. La partenza è subito, appena sarà riempito il furgoncino della compagnia di trasporti privata che serve quotidianamente la tratta tra Yakutsk e Neryungri, Il costo corrisponde a quello che mi aspettavo, per quanto riguarda l’orario d’arrivo non è possibile stabilirne uno, la strada è disastrata e il furgoncino potrebbe anche non arrivare intero. Indicativamente ci vorranno 24 ore per percorrere 770 km circa. Me lo aspettavo, non c’è problema. Verso Yakutsk Mi accomodo, per sfuggire al freddo, nel furgoncino da otto posti in cui starò rintanato per una giornata intera e che tutto sommato non è nemmeno scomodo; ora sono solo, in attesa che vengano reclutati altri clienti con destinazione Yakutsk. Cinque minuti fa ero seduto in treno e non sapevo come diavolo avrei fatto per raggiungere la capitale della Yakutia, ora sono ancora seduto, ma ho trovato una soluzione ai miei problemi logistici e sono anche al riparo dal freddo. Adesso sono semplicemente ansioso di vedere come sarà la strada ed il paesaggio verso nord, voglio gustarmelo fino in fondo durante tutto il viaggio per lasciarmelo impresso nella memoria. Il bilancio della giornata che va ad iniziare è già positivo: dopo una notte piuttosto orrenda ho rigenerato l’entusiasmo e sono pronto a percorrere la lunga strada verso nord; penso che si tratti della stessa che anni fa è stata percorsa dalla spedizione dei camion arancioni di “Overland”, durante l’inverno, e che tanto interesse aveva suscitato in me. Ora ci sono anch’io, con pochi soldi, attrezzatura praticamente nulla, nessuna cartina, ma tanta voglia di viaggiare e scoprire gente e posti nuovi. Il motorino d’avviamento tossisce un attimo, l’autista schiaccia il gas e siamo già in viaggio…a presto Neryungri! Insieme a me è salita su questo furgone una famiglia di yakuti, due madri con i rispettivi figli; capelli neri, occhi a mandorla scuri e una lingua autoctona che non c’entra nulla con il russo. L’autista inizia a parlare di Celentano, poi per fortuna si concentra sulla strada e mi lascia tranquillo, gli yakuti sono più discreti, chiacchieriamo un po’ con me poi si appisolano sui sedili. Sono economicamente agiati, lo si può capire dalle pietre preziose che ornano le loro dita o dalle collane che portano. Per un breve tratto iniziale la strada è più o meno asfaltata, anche se piena di buche e avvallamenti, ma una volta usciti da Neryungri inizia lo sterrato super bucherellato. Sulle cartine è indicata con la sigla M36, strada federale, ma nella realtà parecchi suoi tratti sono ancora in costruzione e chiamarla strada è assurdo. Dicendo “in costruzione” non intendo richiamare l’idea di una strada che viene asfaltata tratto per tratto mentre per il resto è sterrata, ma voglio affermare che per lunghi tratti ci si trova in zone in cui sono stati semplicemente abbattuti gli alberi e si deve procedere più lentamente di una persona a piedi, su un terreno nemmeno spianato, con terra molle che tende a far affondare le ruote, cumuli di terra smossa disposti in file susseguenti, anche nel mezzo della corsia, ruscelli che attraversano la carreggiata e scavano canaloni profondi trasversali, massi e pietre enormi abbandonati al centro della “strada” stessa. Magari dunque si trattasse di strada sterrata! Procediamo con continui rallentamenti, deviazioni a zig zag, frenate e sobbalzi in quantità, poco fuori Neryungri vedo un cartello che segnala Aldan a 240 km e Yakutsk a 770, per le condizioni in cui è messa la strada immagino già la fatica fisica che mi costerà questo viaggio. Sul parabrezza del furgone è disegnata una ragnatela formatasi dall’intreccio delle tante scheggiature nel vetro, che aumentano di lunghezza ad ogni buca o vibrazione subita, prima o poi si frantumerà. Questo primo tratto di strada sale e scende tra le colline che costituiscono le ultime propaggini dei monti Stanovoj, sono coperte di conifere e ancora avvolte nella nebbia della prima mattinata, che disegna profili bizzarri e nasconde la base delle alture con spessi strati di colore grigio. In alto le nuvole si addensano e non promettono nulla di buono, uniformando cosi l’elemento cromatico del suolo e dell’aria: grigio interrotto qua e là da macchie di foresta verde scuro. Parecchi chilometri più avanti torneranno a farsi notare le betulle, sparse a piccoli gruppi in mezzo alle dominanti conifere, segno forse di zone relativamente più tiepide o di una diversa composizione del terreno, nell’insieme l’estensione della foresta è impressionante, non una casa, non un paese, nessun segno della presenza umana per parecchi chilometri, e dire che mio trovo nella parte più popolata della Yakutia. Al culmine di una lunga salita siamo immersi in un paesaggio lunare: gli alberi sono totalmente spariti, solo terra grigia e rocce. Un piccolo cumulo di neve resiste in fondo ad un profondo avvallamento sulla sommità di ciò che sembra quasi un vulcano, liscio e privo di vegetazione. Anche attorno a questa sorta di cima nuda si trovano colline simili e non capisco se siano immense cave scavate nella montagna e abbandonate oppure se si tratti di una conformazione naturale del terreno. Prima e dopo la vegetazione è abbondante, qui sopra inesistente. Lo stesso autista, di propria iniziativa, si ferma per farmi fotografare questo ambiente strano, insolito e stravagante. Durante tutto il tragitto ci fanno compagnia le solite musichette commerciali russe, che all’inizio paiono vivaci e divertenti, ma che all’ennesima ripetizione procurano istinti omicidi nei confronti di chi continua a inserire le cassette nell’autoradio. Spessissimo si attraversano ponti sopra fiumi ruscelli o torrenti che scorrono a volte impetuosi e limpidi, a volte pigri e quasi privi di acqua; prima di ogni viadotto è possibile leggere un cartello con l’indicazione del nome del corso d’acqua in questione, anche nel caso di ruscelli inesistenti poiché assolutamente secchi in quel momento. I nomi sono tutti in yakuto, con strane ripetizioni di vocali e abbondante uso della “i” dura e della “u”. Più ci inoltriamo verso Yakutsk e più capisco come sia insensato chiedersi “dove siamo”, poiché l’unica domanda assennata è “quando siamo”. Quando e non dove, perché, non esistendo praticamente punti di riferimento validi, l’unico termine di misurazione della distanza diventa quello temporale; in Europa siamo abituati al susseguirsi di varie città, di regioni, di variazioni di paesaggio, qui tutto sembra imprigionato in un’immutabilità statica, interrotta rare volte dalla presenza di un minuscolo centro abitato, perciò ha più senso guardare l’orologio e dire “siamo a 10 ore da Yakutsk”, piuttosto che cercare con lo sguardo un riferimento che consenta di stabilire la collocazione geografica. Ed ecco che ancora una volta riemerge quella tipica sensazione di appiattimento sensoriale, di metafisico annullamento della mente nel tentativo di comprendere la vastità e misteriosità della Siberia. La ricerca del senso della Siberia. Alcuni tratti della strada sono maledettamente polverosi e, anche se non si raggiungono i livelli della strada che porta da Irkutsk all’isola Olkhon sul Bajkal, ciò crea parecchio fastidio alla gola e agli occhi. Osservando lontano sulla carreggiata si può capire già chilometri prima se davanti a noi si trovi qualcun altro, addirittura si può stabilire se si tratti di un camion o di un altro mezzo, a seconda della grandezza della nuvola di polvere sollevata. Il traffico privato praticamente non esiste, ci sono solamente alcune decine di camion con o senza rimorchio trainante container e altri autobus o furgoncini come il nostro. Nella popolazione i proprietari di auto sono molto pochi e solamente un pazzo rischierebbe di avventurarsi su una strada come questa con la propria, con il pericolo di distruggerla per le migliaia di buche presenti. Nel complesso anche il traffico totale è esiguo, e penso che per quanto riguarda i mezzi meno grossi si riduca al solo periodo estivo, non oso infatti immaginare come possa essere conciata questa strada in inverno. Ogni tanto superiamo qualche camion che procede come noi, ma ancora più lentamente, a zig zag cercando di evitare fossi e crateri vari sparsi lungo la carreggiata; quasi tutti trasportano container e sono per metà o interamente resi uniformemente grigi da una patina spessa di polvere che offusca anche la visuale. A volte gli autisti proseguono contro mano anche quando i rispettivi veicoli si avvicinano, per evitare di dover marciare sulla parte peggiore della strada, e le lamiere si sfiorano tra nuvole di terra. Non ho mai sofferto il mal d’auto, ma in quest’occasione capisco che è meglio non mangiare o limitare il cibo al minimo necessario, poiché il corpo viene costantemente shakerato nell’abitacolo, come se si tratti di in un grande strumento per la preparazione di cocktail. La testa cozza migliaia di volta contro il tetto, gambe e braccia vengono sballottate su e giù e lo stomaco ne risente indubbiamente, ora capisco da dove hanno preso il nome le giostre chiamate “montagne russe”! Aldan Tra le varie soste effettuate per rifocillarsi o per soddisfare esigenze fisiologiche, la più lunga è stata ad Aldan, l’ultima città di una certa consistenza verso Yakutsk. Come le altre volte ci fermiamo in una specie di “autogrill”: un paio di bar di legno che offrono borsch e altre poche pietanze calde, oltre a the e svariate possibilità di scelta di alcool. Qui hanno anche gli spiedini. Inizio a fotografare nel piazzale i camion sporchi e vecchi che faticosamente trascinano merci fino a Yakutsk, il cartello stradale con la scritta “Aldan” ed il paese sullo sfondo, quando vengo invitato dal nostro autista a seguirlo dietro il bar. Mi chiede se ho la macchina fotografica e quindi insiste nel farsi seguire. Non capisco cosa possa volere, forse ho fotografato qualcosa di proibito? Lo seguo oltre un cancello di ferro e ci troviamo nel retrobottega, dove si cuociono gli spiedini ed ora capisco il motivo per cui sono stato trascinato li. A pochi metri dalla griglia c’è una grossa gabbia con spesse inferriate di ferro pieno in cui si trova una vasca da bagno con dentro…un orso! Esatto, un orso bruno in una sorta di prigione, che sta dormicchiando sprofondato nella vasca sporca; mi danno una mela e gliela tiro dentro la gabbia per farlo uscire dalla vasca e fotografarlo. Mangia con gusto in un sol boccone, poi si ritira di nuovo nel luogo del suo letargo estivo. Fuori dal bar parlo un po’ con gli yakuti compagni di viaggio, secondo loro sono vestito in maniera trasandata, ho gli stivali e i pantaloni sporchi e pensano che per me la Yakutia sia una specie di safari. In un certo senso è vero. Gli altri clienti del bar sono camionisti, a volte poliziotti, oppure autisti di altri pulmini come il nostro. Ho fatto bene a non scegliere di giungere fin qui in treno, infatti ce n’è solo uno al giorno e la stazione non è vicina alla strada dove avrei poi cercato di elemosinare un passaggio verso nord. Aldan rappresentava un punto mitico sulla cartina, quando programmavo il mio viaggio a casa guardando l’atlante, ora ci sono e mi pare veramente un paese di poco conto, privo di interesse, se non naturalistico. Qui finisce la ferrovia, o almeno cosi è segnato sulle carte che ho a casa, invece la realtà è diversa, cioè la strada ferrata prosegue fino a Tommot, borgo una trentina di km fuori Aldan. La linea ferroviaria è perennemente in costruzione e si dice che un giorno non lontano arriverà a destinazione raggiungendo Yakutsk, per ora arriva già oltre Aldan, come detto, ma non troppo in là. Dopo Aldan si possono osservare facilmente i lavori per la realizzazione della ferrovia: infatti essa scorre quasi parallela alla strada, a volte sparendo e nascondendosi nella foresta o dietro una collina, a volte solo a pochi metri di distanza da essa. Nei tratti in cui lo sguardo può spaziare liberamente in avanti, si nota il serpentone bianco sinuoso, che spunta nel verde della foresta, costituito dai sassi della massicciata in costruzione, su cui non sono ancora stati applicati i binari. A volte strada e ferrovia si intersecano proprio ed è possibile notare come i lavori siano ancora in alto mare, poiché in molti punti la massicciata non è nemmeno strutturata o consolidata, ma si tratta semplicemente di mucchi di pietre accatastate. Mi sembra di rivivere l’atmosfera del vecchio west, quando i cowboy scorazzavano nelle lande non ancora raggiunte dalla ferrovia, che rappresentava la civiltà, e gli indiani superstiti combattevano per la libertà. Un alone di fascino misterioso circondava i luoghi in cui appunto non si poteva ancora udire il fischio delle locomotive, come qui, nel 2005, in Yakutia. Oltre un milione e mezzo di fiumi e torrenti e seicentomila laghi sono censiti qui, ma poche persone hanno padronanza dei luoghi e ne conoscono la toponomastica;una regione incredibile che regala ancora delle sensazioni da pionieri, l’emozione dell’incognito, della scoperta, anche nell’era dei satelliti spaziali. Arriva un punto in cui scompare anche ogni minima traccia della futura ferrovia e solo il cigolio lontano di camion malridotti interrompe la quiete che regna anche solo a pochi metri dalla sede stradale. Incontriamo una lepre accovacciata al bordo della strada, vicino alle piante cosparse dalla candida polvere grigiastra sollevata dagli automezzi in transito, l’autista si ferma e inizia a parlarle, chissà perché, e poco dopo essa scappa nel folto del bosco. Attorno un silenzio incredibile, sembra che la foresta sia priva di vita. Si fa notte Riesco addirittura ad appisolarmi un po’ e sono svegliato dall’autista, che ha fermato un’altra volta il mezzo per farmi scendere a vedere qualcosa. Alla nostra destra, a duecento metri di distanza, una casa di mattoni rossi, a due o tre piani, spunta dal nulla nella foresta, senza un sentiero o una stradina che vi conduca. Rimane solo l’ossatura della costruzione, niente finestre, niente accessori, solo muri e tetto. L’autista mi spiega che si tratta di un edificio di epoca staliniana, ma parla troppo in fretta e capisco che aveva a che fare con l’energia elettrica, ma non capisco in che senso e con quali modalità. Poi verso nord mi mostra il profilo di due ex caserme abbandonate, anch’esse probabilmente punto di transito o sosta dei prigionieri politici. Mi torna in mente un servizio televisivo, su certe parti della Siberia, in cui si diceva che le popolazioni nomadi locali erano autorizzate o invitate ad uccidere chiunque trovassero nella foresta, perché poteva essere solo un evaso da qualche gulag sperduto. Quindi chi, per chissà quale caso del destino e senza pensare a dove dirigersi, fosse anche riuscito a fuggire nelle foreste immense che circondavano alcuni campi del nord est siberiano, si sarebbe trovato di fronte al pericolo ulteriore di essere ucciso se visto da altri uomini. Certamente in un luogo come questo le urla delle persone non le avrebbe sentite proprio nessuno. Ritorno al mio sedile con pensieri poco piacevoli e cerco di addormentarmi un’altra volta, ma le asperità del percorso me lo impediscono. Alcuni chilometri più avanti sorpassiamo un furgoncino di un amico del nostro autista, è fermo da un po’ e cosi rimarrà a lungo, perché si è rotto qualcosa e non può ripartire. Tiro un sospiro di sollievo nel vederlo, perché all’inizio del viaggio stavo quasi per sedermi su quel mezzo, poi mi hanno dirottato sull’attuale per mancanza di passeggeri. Dopo qualche parola di conforto tiriamo dritti verso Yakutsk, che a questo punto mi pare sempre di più un miraggio. Alla curva successiva un autotreno giace completamente ribaltato fuori strada, le insidie del percorso sono molte e la stanchezza degli autisti si accumula di pari passo con i chilometri macinati. Ironia della sorte, poco dopo tocca a noi. Comunque nulla di grave, si tratta di una semplice foratura, l’abitudine del conducente a questi piccoli imprevisti è ormai tale da sistemare tutto nel tempo di fumarsi una sigaretta. Mentre il nostro veicolo è in riparazione un tir scricchiolante ci supera avvolgendoci nella nube di polvere che solleva e che si deposita su vestiti, capelli, pelle e piante circostanti. Ne approfitto per osservare meglio la foresta: è molto fitta, ci sono tantissimi alberi esili uno a fianco dell’altro, non si riesce a scorgere nulla a più di qualche metro, ma è il silenzio l’altra caratteristica dominante, quella che incute più timore. Come possano i cacciatori resistere giorni e giorni da soli nella taiga più fitta è difficile da capire. Le macchie verdi di vegetazione sono ogni tanto bruscamente interrotte da tratti di foresta che mi pare sia bruciata, tronchi dritti e neri che se ne stanno ad aspettare di essere sostituiti da nuove piante nei prossimi anni. Sinceramente non avrei pensato che qui potesse bruciare il bosco, ma probabilmente in certi periodi dell’estate la temperatura è abbastanza alta da far seccare il terreno e un fulmine al momento sbagliato può scatenare l’incendio, oppure è tutto opera dell’uomo… Per avvalorare la prima tesi posso dire che dal mattino il tempo è via via migliorato ed ora un sole abbastanza opprimente picchia sulla mia testa, facendomi quasi dimenticare di essere in Yakutia. L’escursione termica annua è molto significativa, ora me ne rendo conto di persona. Ormai siamo già quasi al crepuscolo, il tempo è volato e più di dodici ore sono trascorse dalla partenza da Neryungri. Il sole scende sempre più basso all’orizzonte e si dilegua veloce infiammando con un vivido color rosso stagni e acquitrini ai bordi del bosco. L’ultima cosa che riesco a scorgere in maniera nitida è una svastica disegnata sul muro di un edificio abbandonato poco distante dalla strada. Anche qui bazzica gente che non ha nulla nel cervello evidentemente. I nuovi nazionalisti russi? Durante il percorso notturno ci imbattiamo in un posto di blocco, sembra una sorta di confine tra province, forse, una sbarra di metallo ostruisce la strada e per passare oltre è necessario scendere e presentare dei documenti alla polizia rinchiusa in una costruzione adiacente alla carreggiata. Per noi nessun problema, già alla partenza avevo notato un contrassegno proprio della polizia applicato sul parabrezza, quindi siamo già a posto. A circa 150 km da Yakutsk l'ultimo contrattempo: foratura notturna. Giù tutti dal furgone per sollevarlo con il cric e cambiare ruota (si proprio la ruota intera, non solo la gomma) a tempo da box di formula uno. Non c’è nemmeno bisogno di illuminare con una torcia dove mettere le mani, infatti la luce della luna alta nel cielo basta e avanza! Miriadi di stelle, brillantissime senza i problemi di inquinamento luminoso delle nostre città, mi regalano attimi di spettacolo e, assieme al nostro satellite, ravvivano la volta celeste. Le sagome scure delle conifere tutt’intorno ed il silenzio schiacciante trasmettono un senso di bucolico annullamento, una tranquillità metafisica, è chiaro che serve del tempo per abituarsi del tutto a situazioni molto lontane dalla realtà in cui vivo normalmente. La bellezza va assaporata poco per volta, altrimenti stordisce. Il rumore della ruota sbattuta violentemente a terra per scuotere via la polvere accumulata, prima di rimetterla nel bagagliaio, mi riporta alla realtà. Il silenzio è cosi intenso che si sente nitidamente il rimbombo della ruota gettata a terra riecheggiare nella foresta come una vera e propria eco. Fantastico. Da questo momento in poi mi assale uno stato di paranoia pazzesco: mi convinco che l’autista sia cosi stanco da potersi addormentare da un momento all’altro e farci schiantare fuori strada. Inizio a pensare a questo quando mi accorgo di ciondolare in maniera ridicola con la testa in avanti, di addormentarmi e svegliarmi in un continuo dondolio dettato dalle buche della strada. Se sono cosi stanco da non riuscire a stare sveglio nemmeno volendolo, figuriamoci il conducente che ha guidato senza interruzione da stamane! Sono combattuto da due impulsi opposti, da una parte una voce mi dice di fregarmene e dormire e come va. va; dall’altra non posso non preoccuparmi per la possibilità di sfracellarci in un punto anonimo della foresta con pochissime possibilità di essere soccorsi in tempo. Alla fine vince la paura e mi sveglio definitivamente, iniziando a fissare la testa dell’autista, ho deciso che se la vedo ondeggiare caccio un urlo cosi forte da far scappare anche gli orsi, in modo da farlo svegliare immediatamente. Anche la musica ora è ad un volume più basso e ciò non fa che preoccuparmi maggiormente. Ad un certo punto vedo che l’autista telefona con il cellulare, meno male almeno la voce dall’altra parte lo terrà sveglio. Intanto fuori dal finestrino scorrono i cartelli che indicano il progressivo avvicinarsi a Yakutsk: 120, 96, 70 km. Quando facciamo dei cambi di corsia per evitare le buche non so mai se stiamo finendo fuori strada o se l’uomo al volante sa quello che sta facendo. Alla fine forse erano solo mie paranoie, perché arriviamo nei pressi della grande città tutti interi. Sono le due di notte e manca ancora un ostacolo non indifferente per entrare in città: l’attraversamento della Lena! Abbiamo perso l’ultima chiatta che attraversa il fiume e dobbiamo aspettare fino all’alba per la prossima. Non ci sono ponti sul fiume, forse anche perché è largo circa sette chilometri, è semplicemente immenso. La “strada” finisce sulla riva orientale della Lena, posso vedere distintamente le luci di Yakutsk sull’altra sponda, ma fino a domani devo starmene a dormire in questa scatola di lamiere che mi fa compagnia già da troppe ore. Forse è meglio cosi, in quale albergo sarei potuto andare arrivando alle due di notte? Solo in quelli prestigiosi, aperti 24 ore al giorno, ma che sono inavvicinabili per le mie risorse finanziarie. Yakutsk Passano anche le ultime ore nel pulmino, ho la schiena a pezzi e continuo a cambiare posizione nella ricerca di una parvenza di comodità, ma non c’è niente da fare. Lo sciabordio dell’acqua, proveniente dalla riva vicinissima, concilierebbe il sonno se solo potessi stendermi decentemente. Provo anche a pensare di

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